Tanogabo
Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Francesismi “a profusione” (rivisitazione del sonetto “Li surci” di Giovanni Meli)

di Federico Faraone

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Proviamo a leggere insieme il celebre sonetto Li surci di Giovanni Meli (1740-1815) e a mettere in evidenza quanto sia ricco di francesismi, assieme a qualche latinismo, sempre onnipresente nel nostro linguaggio.  Vale la pena ripassare con attenzione il testo, per apprezzarne le attente descrizioni dei personaggi e cogliere i momenti concitati della narrazione e le sfumature del gergo nostrano, talvolta molto vicine a certe espressioni proprie della nostra zona idiomatica: quella che i glottologi hanno denominato del sud-est siciliano.

A questo proposito, è bene evidenziare che molte parole o modi di dire stranieri entrati nel nostro linguaggio, hanno ovviamente subito “adattamenti fonetici” che ne hanno modificato la pronuncia e spesso, anche il senso e il significato originario.

Per opportuno esempio, ricorderemo che agli inizi degli Anni Cinquanta, quando il flusso dei nostri emigranti negli USA era particolarmente “intenso”, si parlava di pagamenti e giri di denaro effettuati attraverso il famoso chéque bancario: una autentica novità nel campo delle le rimesse che i nostri emigrati mandavano dall’estero alle proprie famiglie.

Per quanto il nome fosse d’origine francese, il termine era d’uso corrente in America e veniva pronunciato come “a scèc”, (cioè l’assegno). I siciliani all’estero lo adottarono senz’altro, ma l’assonanza si avvicinava molto, anzi troppo, a “qualcosa” che invece nel nostro comune linguaggio indicava ben altro: nientemeno che ‘a scècca, ossia l’asina!  E per tanti anni, l’asina (pardon:‘a scécca) viaggiò dagli USA alle nostre cittadine, portando certezze, soddisfazioni e… benessere. 

 Ed ecco un altro simpatico esempio. Dopo un paio di decenni vissuti lavorando e vivendo con italiani ed americani a New York (notoriamente sicilianizzata in Noviòrca), il mio carissimo zio Ceccino (affettuosamente definito dalla parentela u’ miricànu), chiese una volta a mio padre di telefonare sollecitamente ad un amico per un certo accordo.  Poiché mio padre diceva di non conoscere il numero telefonico di questa terza persona, lo zio replicò d’istinto e con estrema naturalezza, lo invitò a cercarlo “’ntô bucu telefònicu!”.

Anche in questo caso il book, che viene pronunciato “buk” e indica il libro (l’elenco, nel nostro caso) era stato senz’altro incamerato nella parlata comune dei nostri emigranti, ma sia il suono che il significato si estendeva, come tale, a ben altro oggetto.

In questi due graziosi esempi, possiamo notare come certe singole parole o modi di dire appresi da altre lingue, siano potuti transitare nel nostro linguaggio attraverso mutazioni di pronuncia e significati, talvolta sorprendentemente diversi rispetto a quelli originali.

Ma torniamo subito al simpaticissimo sonetto del Meli, dove troveremo e commenteremo alcuni termini e modi di dire nostrani di assoluta provenienza francese e che, se considerati nella lingua d’origine, si collocano perfettamente nella narrazione. Nel caso inverso, la pronuncia e il significato acquisito nella trasposizione “dialettale”, hanno modificato e quasi del tutto travisato il senso originale della frase.

Ne riscontreremo subito qualche esempio, rimarcato nelle note a piè di pagina.

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 Li surci 

Un surciteddu di testa sbintata 1 
avia pigghjatu la via di l’acitu 
E faciva ‘na vita scialacquata 3
Cu l’amiciuni di lu so’ partitu.

Lu ziu circau tirarlu a bona strata,
ma zappau all’acqua 4, pirch’era attrivitu 5,
e di cchiù la saìmi 6 avia liccata,
di taverni e di zàgati 7 perìtu.

Finalmenti Mucidda fici luca; 8
iddu grida: -Ziu ziu- 9 ccû dogghia interna.
Lu ziu ppi lu rammaricu si suca, 10

poi dici: <Lu to casu mi custerna,
ma ora mi cerchi, chiàccu chi t’affuca? 11
Sgutta 12 pri quannu jsti a la taverna>!.

Un topolino esaltato e fanatico
aveva intrapreso una vita da sbandato
e viveva da spregiudicato
con un amico della sua risma.

Lo zio cercò di indicargli la retta via,
ma quello non lo ascoltò per niente;
tanto più che aveva preso gusto alla sugna,
esperto in dispense e fughe precipitose.

Finalmente la gatta riuscì ad afferrarlo:
lui invoca lo “zio”, fra dolori lancinanti.
Lo zio si rammarica addoloratissimo. 

Poi dice: “Questa tua vicenda mi costerna,
ma mi invochi solo adesso che sei nei guai? 
Paga il fio delle tue colpe da scapestrato.

 

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NOTE
1.- L’aggettivo francese éventé (ed ancor meglio à la tête éventèe) indica un individuo svaporato, svanito e, figuratamente, anche scervellato, scavezzacollo. Diciamo anche che nella nostra forma dialettale, il significato del verbo éventer si estende anche e fiutare, (nel senso di scoprire: sbintari)come quando si “scopre” una possibile malcapitata vittima da tormentare o di cui approfittare.
2.-  La “via di la citu” va letta come adattamento dialettale del francese la vie de la gîte e dove la vie indica la “vita” e gîte è la “sbandata” ossia, in termine marinaresco, lo scarroccio della nave quando non mantiene la rotta prefissata, perché disturbata dai venti o dalle correnti contrarie. Insomma, la condotta ingovernabile di un individuo scapestrato, spregiudicato. D’altra parte, anche il termine gitano è sinonimo di girovago, vagabondo, insomma di vita sregolata.
3.- Probabile latinismo da ex-laqueatus, ossia sciolto da ogni laccio (quindi legame) con le buone norme comportamentali.  Da notare che tutte le parole di provenienza (greche, latine, francesi, spagnole e persino arabe), inizianti per ex- vengono pronunciate come una sc-.
  Altri propongono la versione, sempre latina, exhalo e da aqua, per dare il senso del “disperdere abbondantemente” (come fosse semplice acqua!), proprio di chi naviga nella dissipazione. L’acqua è stata nel passato un elemento di copiosa disponibilità e la comune mentalità la equiparava ad una “abbondanza a buon mercato”.
 4.-  Quella di “zappari all’acqua” è un’espressione curiosa, che è riferita con disappunto alla inutilità di un’azione, di un comportamento che piuttosto dovrebbe essere di buona condotta. Mi sembra strano però che nella proverbiale precisione delle espressioni nostrane, si parli di “zappare” all’acqua. Si zappa ‘u tirrinu, ‘a vigna ecc.; si zappa ‘n-terra’ ntô-fangu e persino ‘nta-l’acqua, questo sì, ma appare incoerente che si zappi all’acqua (la locuzione zappari all’acqua e siminari ô vièntu, ha un ben altro senso e significato).  L’espressione sembrerebbe, a mio modesto avviso, aver subito una certa forzatura.
   C’è, al riguardo, un termine francese che potrebbe soddisfare pienamente sia questo modo di dire, che la stessa logica della frase. Si tratta della locuzione avverbiale “quià” che indica segnatamente “chi non può rispondere, o non è in condizioni (od anche non ha intenzione) di rispondere”.
  Tornando per un attimo al racconto dell’autore, osserviamo come lo zio abbia cercato di portare sulla retta via il nipote-surcitèddu, ma era stato come un “parlare al muro”, un rivolgersi a chi ormai, fuori di testa com’era, “non era più in grado di ascoltarlo”. In questo senso, saremmo molto vicini all’espressione francese “s’appela a quia” (che pronunciamo s’applà-a-chià), dove s’appeler traduce il raccomandarsi, il rivolgersi a chi -trovandosi purtroppo nel vortice della più avventata spregiudicatezza- era ormai irragionevole ed irrecuperabile. Adottata dal linguaggio siciliano, la locuzione “s’applachià” potrebbe perfettamente sovrapporsi al nostro “zappallacqua”, trovando finalmente in quest’ultimo nostro modo di dire, un significato più consono e una valida efficacia espressiva.
 5.- Il nostro aggettivo “attrivitu” è l’adattamento dello spagnolo atrevido, con ugual significato di audace, spregiudicato, ma anche insolente. Corrisponde anche al francese entre-vide (=vuoto dentro)
6.- La parola “saimi” proviene dallo spagnolo sain che indica il grasso animale (la manteca del puerco) ed appunto la sugna. Il francese definisce sain lo strutto di cinghiale. Ebbene, certi nostri maiali di una volta, neri ed asciutti, dalla carne soda, ricordavano molto da vicino i cinghiali.
7.- “Di taverni e di zàgati peritu” riflette il comportamento del surciteddu, divenuto intanto autentico esperto (peritu) in materia di taverne e di …. zagati! Riguardo a quest’ultimo termine, le note di certi testi attribuiscono un significato quasi doppione: quello delle taverne e delle dispense.  E non a caso, alcuni altri testi riportano in carattere corsivo la parola “zàgati”.
In effetti, il cosiddetto “Diritto di zagàto” (non zàgato), era un privilegio feudale, poi abolito nel 1812. Esso consentiva al barone siciliano di ottenere -anche coercitivamente- che ogni genere alimentare fosse venduto nella taverna da lui autorizzata.  Dunque si tratterebbe di una bottega. 
Anche la parola araba saqqat ha il significato di negozietto (ma di chincaglierie).
A noi sembra piuttosto che si tratti di una simpatica e opportuna voce onomatopeica corrispondente all’immagine della “fuga precipitosa”: zàchiti! (=zàcchete!). Spiegherebbe benissimo l’attività del topo, esperto frequentatore e fine “apprezzatore” delle dispense (nel senso più estensivo della parola), ma anche conoscitore della temibile mucidda, sua grande nemica naturale e cacciatrice, dalla quale scappava con improvvisi e travolgenti scatti e guizzi, magari a zig-zag, verso un’autentica “fuga-salvavita”. Il verso successivo della poesia infatti contempla il fallimento dell’ardimento e della baldanza, con il triste finale della sua cattura e la fatale conseguenza.  
8.- La “luca” della gatta è da intendersi come un’imboscata andata a buon fine. Il verbo francese corrispondente è loucherche vuol dire “adocchiare”, ma estensivamente “pescare” e nel nostro caso “beccare”, alludendo quindi alla cattura del topo. Nel linguaggio familiare francese, la louche indica anche la zampa… (forse la zampa “ungulata” della gatta che afferrò il topo?)
9.-  Anche qui la voce stridente che invoca l’aiuto ripropone lo squittio del topo, preso in una stretta mortale dalla quale non è più possibile uscire in alcun modo. Il motivo per cui l’autore ha designato come “maestro” lo zio, piuttosto che uno dei genitori o da fratelli maggiori, appare chiaro in questo momento particolarmente drammatico per l’ormai ex scavezzacollo. Sembra infatti che il suono dell’invocazione rivolta al parente (zìu! – zìu!) richiami piuttosto il grido di dolore che lo porterà alla morte. Notoriamente, il topo in difficoltà emette stridii come hììì!….hììì! (e credetemi, solo a chi ha assistito a questo momento tragico resta perenne l’immagine e il brivido del momento.)
10.- La scena di raccapriccio e di pietà si rivela anche dalla momentanea difficoltà respiratoria del topo/zio: qualcosa gli stringe in gola, mentre il terrore lo spinge, impotente, a sbarrare gli occhi. Il verbo è quello antico del francese se souquer(nuovo francese: se sucher = sentirsi strangolare, stringere la gola). Ed appunto, lo zio se souque cioè “si suca”.
11.- L’esclamazione del “cappio che ti soffoca!” può sembrare una denuncia liberatoria da parte dello zio, che con queste parole supera e chiude e come tale poco si addice con l’attimo di autentico sgomento.
Se invece proviamo a trovare un’interpretazione diversa alla locuzione chiaccu chi t’affuca, riusciremo anche ad anticipare adeguatamente il senso della frase successiva, che conclude il componimento.    Dunque, lo zio si rammarica perché il nipote invoca il suo aiuto quando ormai non ha più via di scampo dalle grinfie della gatta e non può salvarsi con uno dei suoi famosi e focosi slanci che si traducevano in velocissimi zàgati. Questa considerazione spiega l’espressione francese: “(ora mi cerchi)… que as quittè ta fougue”. (pronuncia: chi a chittè ta fug). Il suono è quasi identico al nostro “chiaccu ca t’affuca” e viene tradotto con “che hai abbandonato (esaurito)   tutta  la tua foga”.  Attenzione alla parola francese “fougue”: si pronuncia “fug” ma si tratta di foga e non fuga!.  Si riferisce all’ardore e all’energia con cui usava muoversi nelle varie scorrerie.
12.- “Sgutta” è il verbo che conclude il discorso dello zio e che sembrerebbe invitare il topino ad autorammaricarsi per il suo comportamento biasimevole e sconsiderato. Il corrispondente verbo francese è dégoûte (dègut) che significa disgùstatifai ammenda ed estensivamente péntiti, sconta.  Com’è noto, nella trasposizione etimologica bisogna tener conto che quasi sempre la “dé–“ iniziale di parola (dé-goûte) viene pronunciata come una esse  s-  (e solo in altri determinati casi come una erre  r- ).                                                                                                                                  

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Federico Faraone

vedi anche:

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