FRANCESCA DA RIMINI: UNA DONNA VIVA

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La figura di Francesca da Rimini, piena di passione, è di certo eccezionale

nella Divina Commedia e la sua storia d’amore culmina, come meridiana,

all’apice della poesia che il De Sanctis la definisce l’alma particolare

e unica donna viva, di tutti i tempi, della letteratura poetica italiana.

Storicamente il personaggio di Francesca non è ben stagliata, difatti

nessun documento del tempo c’è pervenuto su di lei e sulla tragedia

della corte riminese: il primo a parlarne è lo stesso Dante e fatti

nuovi non s’ aggiungono al racconto come l’illustra nella Commedia.

La fanciulla era figlia di Guido Minore, signore di Ravenna, e il ricordo

di tal evento nefasto era vivo in seno ai Da Polenta di cui non era sordo

quando il nostro letterato soggiornava in esilio nel borgo ravennate.

Correva l’anno 1275 quando il padre di Francesca la concesse in sposa

a un Malatesta riminese, come garanzia di pace fra le due casate;

lo sposo, Gianciotto, era un uomo serio e assennato, destinato a josa

a succedere al padre, come signore della città, ma era anche brutto, rozzo,

deforme (il nome derivava dal “ciotto” ossia sciancato) con il bozzo,

e, colmo della sventura, aveva un fratello giovine, bello, affascinante

di nome Paolo, acconcio più al riposo che al travaglio. Francesca

amava la compagnia del cognato che discorreva in modo vibrante

William Dyce – Francesca da Rimini

quando leggeva i romanzi cavallereschi, cosicchè fu inevitabile la tresca:

i due s’innamorarono fra di loro e successe il ‘48 quando Gianciotto,

guidato da sospetti o avvertito da qualcuno, fece come l’”O” di Giotto

in modo crudele li trucidò come a quei tempi era, per oltraggio, in uso.

Boccaccio affermò che il padre di Francesca gli tese un inganno

facendole creder che lo sposo era Paolo venuto a Ravenna con un panno

bianco in vece del fratello, come mangiar gli spaghetti senza sugo.

Joseph Anton Koch: Paolo e Francesca sorpresi da Gianciotto

Nel poema Paolo e Francesca son dannati perché Dante doveva

condannarli ma l’uomo non poteva non commuoversi per la loro sorte:

l’interesse umano predomina nell’opera divina e come spesso accadeva

incalzante è la passione che con caldi accenti li portò alla truce morte!

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Sandro Boccia

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