Tra le tante amanti del dio Ermes, troviamo anche Eupolomia, Principessa della Ftia, che diede alla luceEtalide, il messaggero degli Argonauti.

Ermes, volendo fare un regalo al figlio Etalide (secondo altri, il padre di Etalide fu Apollo), gli promise qualsiasi cosa avesse voluto a eccezione dell’immortalità, ed Etalide pensò bene di chiedergli un’eterna memoria, ovvero la possibilità di ricordare, anche dopo morto, tutte le vite precedenti.
Questa dote di Etalide ci porta direttamente a parlare di Pitagora, infatti, secondo il brano di Diogene Laerzio (VIII, 4) riguardante le reincarnazioni di Pitagora, leggiamo che: “Eraclide Pontico, tramanda ch’egli (Pitagora) diceva questo di se’, che una volta era stato Etalide e considerato figlio di Ermes...”

Pitagora, filosofo presocratico, sostenne di aver già vissuto quattro volte e, in particolare, di essere stato prima Etalide, poi Euforbo, nei cui panni era stato ferito a Troia da Menelao, quindi Ermotimo ― a dimostrazione diceva di aver riconosciuto in un tempio lo scudo di Menelao ― e infine Pirro, un povero pescatore dell’isola di Delo. 
Tra una reincarnazione e l’altra, la sua anima si era trasferita in numerose specie animali e perfino in qualche pianta. Altre volte invece gli era capitato di scendere nell’Ade, dove aveva intravisto Omero appeso a un albero ed Esiodo incatenato a una colonna, colpevoli entrambi di aver trattato gli Dei con troppa familiarità. 

Sembra che Pitagora abbia importato questa teoria dall’Estremo Oriente, tanto più che ancor oggi in India c’è chi la ritiene una cosa possibile. Secondo la metempsicosi, l’anima trasmigra da un corpo all’altro e viene promossa a un livello superiore (diventando mercante, atleta o spettatore) o retrocede in una serie inferiore (albero, cane, pecora, maiale ecc.) a seconda di come si è comportata sulla terra.

La morte, secondo Alcmeone, consente l’aggancio di una «fine» con un altro «principio» per cui, mentre un corpo muore, l’anima, in quanto immortale, percorre una traiettoria circolare, né più, né meno di quanto non fanno le stelle in cielo. Il corpo, aggiunge Filolao, altro non è che una tomba, una prigione dove l’anima è costretta a espiare le proprie colpe.

Erodoto ci racconta che Pitagora ebbe come schiavo un Dio, un certo Zamolxis (Erodoto, Storie IV 95). Questo schiavo, una volta diventato libero e molto ricco, si costruì una bellissima villa e invitò a cena i “primi cittadini” del suo paese nativo. Durante il banchetto Zamolxis comunicò agli invitati che essi non sarebbero mai morti e che lui stesso era un immortale che andava e veniva dall’Ade a suo piacimento. Ciò detto scomparve all’improvviso e si rinchiuse in un appartamento sotterraneo che si era precedentemente costruito. 
Qui rimase per più di tre anni finché un giorno, quando ormai tutti lo davano per morto, spuntò fuori, più arzillo che mai, e fu venerato come un Dio dal popolo dei geti.
Poiché non esistono resoconti di prima mano della sua vita e della sua opera, la sua figura è avvolta nel mito e nella leggenda e ciò rende difficile per gli storici separare la realtà dall’immaginazione.

Chiudo questa breve nota riportandovi un particolare dell’affresco che ci fa notare come Raffaello immaginava e raffigurava il filosofo Pitagora di Samo.

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tratto da: tanogaboblog.it

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