Tanogabo
Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Esperienze religiose che hanno attraversato il mondo antico

Insegnante di lettere al liceo e studioso del mondo classico, Attilio Finetti ha parlato al pubblico dell’esperienza del sacro nel mondo greco e romano, soffermandosi nella prima parte del proprio intervento sul concetto linguistico di “sacro” nel mondo antico, per passare poi a spiegare come i tre tipi di esperienza religiosa che hanno attraversato il mondo antico (la religiosità apollinea, la religiosità misterica e la religiosità dionisiaca) fossero la risposta a tre diversi bisogni dell’uomo.

  1. La religiosità apollinea, nella quale il divino vede i nessi che collegano gli elementi del mondo e prevede il futuro, volendo non dominare il naturale ma conoscerlo – ha detto Finetti – rispondeva a un bisogno di conoscenza dell’uomo.
    .
  2. La religiosità misterica era invece la religione della speranza e rispondeva al bisogno dell’uomo di sperare in una vita ultraterrena, al desiderio di un Dio che si occupasse del suo destino.
    .
  3. La religiosità di Dioniso, infine, prevedeva la fusione estatica, anche violenta, con un Dio potente, inquietante e onnipresente nel mondo naturale e rispondeva quindi a un’esigenza di fusione totale con la natura, al bisogno di tornare all’indifferenziato naturale che sta alla fonte della vita stessa.

Tratto da: tanogaboblog.it 

Per chiarire alcuni concetti inerenti la religione dei greci mi avvalgo del breve saggio tratto da: La religione dei greci – Bollettino telematico di filosofia politica – Unipi

.

La religione greca era politeistica e non monoteistica. Il monoteismo – ebraico, cristiano, islamico – crede in un dio unico che trascende il mondo e in una salvezza che si persegue entro una comunità ecclesiale diversa dalle comunità politiche. Il politeismo, di contro, implica che gli dei siano molteplici: in quanto tali, non sono né onniscienti, né onnipotenti, né infiniti, né assoluti. Questi dei fanno parte del mondo e si sono differenziati con esso a partire dal Vuoto (Chaos) e da Gaia, la terra. C’è del divino nel mondo e del mondano nella divinità: può essere divino un corpo celeste, un fiume, un monte, una passione (Eros), una nozione morale e sociale (DikeEunomia).

Il politeismo non riposa su una rivelazione, ma sul nomos, cioè sulla convenzione e sulla consuetudine. C’è dunque una continuità fra religioso e sociale: la religione degli antichi è una religione civica. Il singolo non ha un rapporto personale col divino: è necessaria la mediazione della comunità politica, che si esplica diversamente a seconda dello status sociale dell’interessato.

Nella religione formatasi fra l’VIII e il IV secolo, manca di ogni forma di rivelazione e di figure di profeti o di messia. La tradizione religiosa, senza casta sacerdotale e senza libro, non può essere dogmatica. Il credente riceve la sua religione con la tradizione e i miti, trasmessi prima come favole, poi tramite i poeti, che svolgono un ruolo pubblico e istituzionale.

La tradizione poetica è oggetto di interpretazione (Teagene di Reggio, Ecateo) e di compilazione erudita (Biblioteca dello Pseudo-Apollodoro, Favole e Astronomica di Igino, Metamorfosi di Antonino Liberale, Mitografi del Vaticano) e anche di critica, in relazione al valore del mito in generale. Il nesso con la poesia, in una società ad oralità primaria come quella della Grecia arcaica, è un aspetto essenziale della religione greca.

Per quanto concerne il mondo degli dei, il sistema greco si caratterizza per una pluralità di strutture, che lo differenzia dalle altre religioni indoeuropee, le quali mantengono la tripartizione funzionale di sovranità, guerra e fecondità individuata da Georges Dumézil. Per esempio: Zeus, il padre degli dei, non figura in nessun raggruppamento trifunzionale, a differenza dello Iupiter romano, che sta assieme a Mars e a Quirinus, né si associa come le due divinità vediche della sovranità Mitra (regola) e Varuna (violenza e magia): l’omologo greco, Ouranos, lo scuro cielo notturno, fa coppia con la terra, Gaia. Contro tutti gli dei, Zeus è la forza più grande, contro Chronos e i Titani è la giustizia, come esatta ripartizione degli onori e delle funzioni: nella sua regalità si conciliano potenza e diritto. I re vengono da Zeus, il quale però, in questo caso, funge da patrono particolare di una categoria. Apollo a Delfi è profeta, ma in nome di Zeus.

Sebbene le divinità non trascendano il mondo, la religione ufficiale vede, fra uomini e dei, una distanza incolmabile, che viene messa in luce dai rituali del sacrificio. L’attività del sacrificare viene designata col verbo thyein, quando si compie un sacrificio diurno agli dei celesti, su un altare; con i verbi enagizein e sphattein, quando si fa un sacrificio notturno agli dei sotterranei o ctoni. In ogni caso, il contatto con gli dei non è una comunione: nel sacrificio diurno a uomini e dei sono riservate parti diverse della vittima, mentre quello notturno va interamente agli dei.

Prometeo inaugura il rituale del sacrificio con un inganno. Nasconde le ossa sotto il grasso e la carne sotto le interiora, e invita prima gli dei e poi gli uomini a scegliere la parte che preferiscono consumare. Zeus, che sceglie per gli dei, finge di cadere nell’inganno, lasciando la carne agli uomini; ma il nutrirsi di carne condanna gli uomini alla mortalità e al dominio della legge del ventre mentre gli dei vivono di odori e di profumi. Zeus priva gli uomini del fuoco celestre, ma Prometeo glielo ruba, offrendo agli uomini un fuoco frutto della tecnica e dell’esperienza storica, il quale li distingue dagli altri animali. Il sacrificio consacra la separazione fra dei e uomini.

Non è casuale che chi desidera una relazione con il divino differente da quella della religione ufficiale rifiuta anche il sacrificio: i pitagorici e gli orfici sono vegetariani, perché assimilano il sacrificio cruento all’uccisione di qualcosa di vicino. Le Baccanti praticano il diasparagmos, che consiste nel divorare cruda una bestia dopo averla braccata e fatta a pezzi da viva, per tornare allo stato selvaggio.

Al di fuori della religione ufficiale, si collocano i culti misterici:

  • misteri eleusini: sono organizzati sotto il controllo e la tutela della città di Atene, ma hanno un carattere iniziatico e sono aperti a tutti i greci
  • dionisismo: i culti di Dioniso fanno parte della religione civica; Dioniso, tuttavia, in quanto dio della mania o invasamento introduce un elemento estraneo alla città
  • orfismo: le sue dottrine – diffuse da sacerdoti vegetariani itineranti – propongono teogonie, cosmogonie e antropogonie eterodosse, si occupano del destino dell’anima dopo la morte.

I misteri eleusini, sotto il patrocinio di Demetra e Kore-Persefone, avevano una parte pubblica celebrata dall’arconte basileus e dalle famiglie tradizionali degli Eumolpidi e dei Kerykes, e una parte segreta celebrata nel recinto del santuario. Non c’era una dottrina esoterica; l’iniziato doveva passare da uno stato d’animo di angoscia a uno di estasi, tramite dromena (recitazioni), legomena (formule rituali), deiknymena (esibizioni di oggetti). I misteri si occupavano del destino dell’uomo dopo la morte, ma l’iniziato poi tornava alla città e non si distingueva in nulla dagli altri.

Il dionisismo, a differenza dei misteri eleusini, non è un prolungamento della religione civica. La città riconosce ufficialmente una religione che, per molti aspetti, la supera. Dioniso abolisce la distinzioni fra dei e uomini, e fra uomini e bestie, e produce mania che è estasi e orrore. E’ una forza che costringe a diventare altro rispetto a quello che si è. La città lo deve riconoscere per tenerlo sotto controllo.

L’orfismo, come sappiamo dal papiro di Dervenii, trovato nel 1962 vicino a Salonicco, ha una forma dottrinaria, che lo accosta alla filosofia. La sua teogonia, forse nota ai filosofi presocratici e a Empedocle, è opposta a quella presentata da Esiodo: non si passa, col tempo, dal disordine all’ordine, ma, viceversa, l’uovo primordiale o Notte esprime la pienezza di una totalità chiusa che si degrada facendosi molteplice, fino alla sesta generazione con l’avvento del Dioniso orfico, che restaura l’unità perduta. Dioniso è divorato dai Titani, e ricostruito a partire dal cuore, rimasto intatto. Dalle ceneri dei Titani, fulminati da Zeus, nascono gli uomini, i quali possono purificarsi dalla colpa ancestrale della loro parte “titanica” con la disciplina di vita orfica e recuperare la loro parte divina. L’aspetto dottrinale non è separabile dalla ricerca della salvezza – che sta al di fuori dalla religione civica.

La tradizione orfica ha influenzato, da un lato, le superstizioni popolari, dall’altro il cosiddetto sciamanesimo greco (Epimenide, Empedocle), patrocinato non da Dioniso ma di Apollo Iperboreo, signore dell’ispirazione estatica e delle purificazioni.
La religione greca, tuttavia, non conobbe la figura del rinunciante: piuttosto, la via dell’ascesi, della purificazione e dell’immortalità dell’anima è stata offerta dalla filosofia.

.

Fonti bibliografiche

J.-P. VernantMito e religione in Grecia anticaTrad. it. di R. Di Donato. Donzelli. Roma. 2003.
Creative Commons LicenseL’Eutifrone di Platone by Maria Chiara Pievatolo is licensed under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International License.
Based on a work at http://btfp.sp.unipi.it/dida/eutifrone
.
vedi anche:
 
Similar posts
  • Poeta e poesia
    POETA E POESIA   Chi scrive versi, chi compone, si può definir un poeta? A tal domanda risponder veramente non saprei. So che lo faccio anch’io, se son bravo? Non garantirei. Perché butto giù due righe? Eccovi la ragione: mai per passatempo, un po’ per vanità o per civetteria, a volte per combinazione, giammai su […]

    Rispondi

    Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.