Secondo uno studioso le sue imprese erano collegate a fenomeni idrologici e metallurgici

Ercole non appartiene soltanto alla mitologia, ma fu un personaggio storico veramente esistito, uno studioso e un instancabile viaggiatore che superò i limiti del mondo conosciuto e raggiunse persino il continente americano, e più precisamente il Canada.
Lo afferma lo studioso Ilias Margiolakos, uno dei principali esperti mondiali di geomitologia, ovvero la disciplina che studia i riferimenti a fenomeni geologici contenuti nei miti e che grazie a ciò mira a spiegare gli uni e gli altri.

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Antonio del Pollaiolo, Ercole e l’idra

Margiolakos, in un intervento presentato all’Università di Atene, ha spiegato che le “Fatiche di Ercole”, il quale sarebbe vissuto prima della Guerra di Troia intorno al 1300 a.C, sono sempre collegate a fenomeni idrologici o metallurgici di cui l’eroe sarebbe stato uno studioso. 
Ai primi, legati geograficamente a fonti termali o a corsi d’acqua, appartiene in particolare l’uccisione dell’Idra di Lerna, mentre tra i secondi figura in primo luogo il furto delle Mele d’oro dal giardino delle Esperidi.
Margiolakos, citando una lettura geomitologica di antichi testi, soprattutto Strabone e Plutarco, sottolinea che Ercole sarebbe arrivato sino all’isola di Ogigia (citata da Omero nell’”Odissea” come regno di Calipso).

E lo studioso greco – ma non è il solo – identifica Ogigia con l’Islanda o, soprattutto, la Groenlandia.

E Plutarco parla di «una grande isola» raggiungibile da Ogigia, che sarebbe il continente americano.
Secondo le fonti antiche, sostiene Margiolakos, dalla Groelandia Ercole raggiunse la «grande isola», e per l’esattezza il Canada, dove avrebbe lasciato suoi aiutanti in un «golfo la cui imboccatura si trova all’altezza del Mar Caspio». E, spiega Margiolagos «tale descrizione è compatibile solo con il Golfo di San lorenzo, in Canada». 
Ma perché mai Ercole, che secondo la tradizione avrebbe viaggiato fino alla penisola Iberica, al Caucaso e all’Asia minore, sarebbe arrivato in Canada? 
Per cercare rame, una lega che serve per fabbricare il bronzo, spiega lo studioso, sottolineando che in quel periodo, ovvero tra il 2.450 e il 1050 a.C, furono scavate in quella regione migliaia di miniere e vennero estratte 500 mila tonnellate dell’indispensabile metallo.
Ercole, nome latino dell’eroe greco Èracle, figlio di Zeus (Giove) e Alcmena, cresciuto a Tebe, sposò dapprima Megara, che poi uccise con i figli in un momento di follia. 
Venne così asservito, per ordine dell’oracolo di Delfi, al cugino Euristeo che gli impose le famose dodici fatiche. Ercole riuscì a superarle tutte, ma visse ancora per poco perché la seconda moglie, Deianira, lo uccise involontariamente. 
L’eroe fu assunto in cielo tra gli dei dove divenne immortale.
Nell’impresa dell’idra di Lerna, Ercole raggiunse la palude omonima, in Argòlide, dove viveva una sorellina minore del leone di Nemea, già eliminato dall’eroe nella prima delle sue dodici fatiche.

Anche l’idra era figlia del titano Tifone e aveva la forma di un drago e, per di più, con nove teste. Euristeo avvertì Ercole di stare attento al drago perché tagliando una testa ne rinascevano due e, fra l’altro, una di esse era immortale.
Ercole partì assieme al nipote Iolao, che guidava il carro dell’eroe. Arrivati alla palude, Ercole tirò frecce infiammate contro l’idra nascosta sott’acqua. Il mostro, a quel punto, emerse dalla palude e l’eroe cominciò a recidere le teste con la sua arpa, una sorta di sciabola corta. Ma per ogni testa saltata via ne rinascevano altre due. Allora l’eroe escogitò un sistema per impedire alle teste di rispuntare. 
Chiese a Iolao di appiccare il fuoco alla foresta vicina e, con l’aiuto dei tizzoni, bruciava ogni volta la ferita del mostro impedendo così alle carni di rinascere. 
Tuttavia la testa di mezzo era immortale ed Ercole, dopo averla tagliata, la sotterrò e poi vi pose sopra un masso enorme. 
Secondo i mitografi, l’idra dalle teste rinascenti è in realtà la palude di Lerna, prosciugata da Ercole. 
Le teste sono le sorgenti che riuscivano sempre a filtrare e rendevano inutili i suoi sforzi. 
La seconda “fatica” citata da Margiolakos è appunto quella dei Pomi d’oro delle Esperidi. Per il matrimonio di Era (Giunone) con Zeus, la Terra donò alla dea i pomi (o mele) d’oro dell’immortalità che vennero piantati in un giardino vicino al monte Atlante. Quando l’albero crebbe, venne fatto sorvegliare da un drago immortale per impedire di rubare i frutti. A guardia del luogo c’erano pure tre Ninfe della Sera, le Esperidi. Euristeo ingiunse a Ercole di portargli proprio quei pomi d’oro.
Secondo il racconto mitico, il giardino delle Esperidi è situato ora ad ovest della Libia, ora ai piedi del monte Atlante, ora anche presso gli Iperborei, nell’estremo Nord. Ercole vagò a lungo invano in cerca del paese delle Esperidi. Andò in Macedonia e Illiria, da lì sbarcò in Libia, percorse l’Egitto, finì in Asia minore, Arabia, e ai piedi del Caucaso. Venne a sapere che il dio marino Nèreo lo avrebbe potuto aiutare. Riuscì a trovarlo e lo legò mentre dormiva per costringerlo a indicargli la via. 
Ottenuta l’informazione che voleva, l’eroe ellenico finalmente giunse presso gli Iperborei e qui trovò il gigante Atlante, che sosteneva il Cielo sulle spalle. Gli offrì di alleviarlo del suo fardello se il gigante fosse andato a raccogliere le mele d’oro, a due passi da lì.
Atlante acconsentì, ma quando ritorno con i frutti disse a Ercole che sarebbe andato lui stesso a portarli a Euristeo mentre Ercole avrebbe continuato a sostenere la volta celeste. L’eroe finse di accettare. Chiese soltanto ad Atlante di liberarlo del peso per un istante, il tempo di appoggiare un cuscino sulle spalle. Atlante si fidò dell’eroe che invece, una volta libero, afferrò i pomi che Atlante aveva posato a terra, e scappò via. Ercole tornò da Euristeo con il prezioso bottino. Ma Euristeo non sapeva cosa farsene dei pomi e li restituì a Ercole che, a sua volta, li diede ad Atena (Minerva). 

Annibale Carracci - La scelta di Ercole
Annibale Carracci – La scelta di Ercole

La dea riportò i pomi nel sito delle Esperidi. Nel pensiero mistico le fatiche di Ercole raffigurarono le «prove dell’anima» che si libera progressivamente dalla schiavitù del corpo e delle passioni sino all’apoteosi finale.
 

testo di Rinaldo Romanelli da: Gazzetta del Sud

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