Figlia di Crono e Rea, Era o Hera ha un rapporto incestuoso col fratello Zeus di cui diviene la seconda sposa dopo aver perseguitato in tutti i modi Leto (prima moglie di Zeus ). Di carattere non facile sopporta con stoicismo le continue avventure del fratello-marito e, forse proprio per questo, è considerata la protettrice dei matrimoni. Particolare è il modo in cui fu sedotta da Zeus . Egli, per conquistarla, scatenò un tremendo temporale e, trasformatosi in cuculo, si lasciò bagnare per bene. Quando dopo la pioggia la Dea decise di fare una passeggiatina vide il povero uccellino e, commossa, lo prese in mano per riscaldarlo. Come lo fece, Zeus assunse le sue vere sembianze e la sedusse.

Era veniva spesso identificata con Giunone e veniva considerata la dea protettrice del matrimonio. Suoi figli erano Ares, EfestoEbe e Ilizia.
Moglie fedele e gelosa era famosa per perseguitare le amanti ed i figli di Zeus e per non dimenticare mai alcuna offesa.
Le vendette di Era venivano tramandate in varie leggende, tra di esse probabilmente la più famosa è quella nei confronti del principe troiano Paride che le aveva preferito Afrodite in una gara di bellezza e che, per questa ragione, aiutò i greci nella guerra di Troia finché la città non venne distrutta. Era fu sempre fedele al suo sposo e fu perciò venerata come simbolo della santità e della devozione coniugale. Della sua fedeltà diede prova specialmente quando Issione, re dei Lapiti, invitato da Giove ad un banchetto tra gli dei osò corteggiarla, tradendo così il sacro rispetto dell’ospitalità e la stima di cui il re degli dei lo aveva onorato.

La Dea infatti avvertì subito il marito, che, astutamente, per cogliere sul fatto l’intraprendente e punirlo come meritava, escogitò una insidia veramente singolare. Prese una nuvoletta, le diede le forme e la fisionomia di Giunone: si nascose poi fra le altre nuvole e attese gli eventi. Di nulla sospettando, Issione cadde nel tranello e, sorpreso da Giove mentre tentava con parole di miele la bella nuvola, fu da lui condannato nel Tartaro a girare su se stesso senza posa, per l’eternità, legato a una ruota infuocata, spinta da venti furiosi. Dalla nuvola di Issione Giove fece poi nascere i Centauri, mostri dal corpo di cavallo con forma umana dal petto in su, perché rimanesse il ricordo del suo tradimento.

A tanta fedeltà della moglie – come già si è detto – non ne corrispondeva altrettanta da parte di Giove. Da ciò l’ira continua di Giunone, che, superba, gelosa, vendicativa, perseguitava spietatamente non solo le Dee, le Ninfee e le donne amate da Giove, ma anche gli innocenti figli che da loro nascevano. L’Olimpo spesso tremava per i fragorosi litigi della coppia divina, i guai a chi osava frapporsi!!!!

Così, quando da Giove e da Alcmena, regina di Tebe, nacque Ercole, Giunone lo perseguitò fin dalla nascita mandando sulla sua culla due serpenti che lo uccidessero (ma il prodigioso fanciullo li strozzò entrambi con le proprie mani!), e poi costringendolo a servire il re Euristeo (che gli impose le famose dodici fatiche!) nella speranza che morisse affrontando pericoli e mostri di ogni genere.

Un’altra volta Giove s’innamorò di IO, giovane principessa greca. Per fare in modo che nessuno, e in particolare Giunone, sospettasse qualcosa, escogitò un nuovo stratagemma: trasformò la giovinetta in giovenca. Giunone capì l’inganno e astutamente… gliela chiese in dono. Giove, per non tradirsi, fu costretto a stare al gioco: “Prendila pure! E’ tua! Di giovenche ce ne sono tante! “. La dea, per nulla ingannata da quella faccia tosta, avuta la Giovenca, la diede in custodia ad Argo, un gigante che aveva cento occhi, cinquanta dai quali, a turno, rimanevano sempre spalancati quand’egli dormiva.

La partita sembrava ormai definitivamente chiusa a favore di Giunone, sennonché Giove, per liberare la sua amata giovenca, incaricò Mercurio di addormentare completamente il severo custode con una dolce, soporifera melodia e poi di ucciderlo. Allora Giunone, furibonda, si vendicò contro l’infelice lo per mezzo di un tafano che incominciò a punzecchiarla tanto furiosamente, che la povera Giovenca fu costretta ad una fuga precipitosa fino al lontano Egitto, dove, finalmente, ad un tocco di Giove, riebbe la figura umana e fu quindi venerata dagli Egizi come una dea dal nome di Iside. Anche l’ira, di Giunone, allora, si placò; ma la dea, non dimentica dei servigi resi del fedelissimo e sfortunato Argo, volle che i suoi cento occhi ornassero la coda del pavone a lei sacro, che, come abbiamo già ricordato, con i suoi cangianti, purissimi colori è il simbolo dell’incantevole cielo stellato.

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