Di Mons. Gian Franco Ravasi (Tratto da Famiglia Cristiana)

enoch2Il Cristo risorto che ascende al cielo, ritornando nella gloria della divinità, ci permette di accostare oltre alla famosa ascensione al cielo del profeta Elia una notizia breve riguardante uno dei patriarchi che precedono sia il racconto del diluvio sia l’ingresso in scena di Abramo. Se, infatti, scorriamo la lunga lista genealogica del capitolo 5 della Genesi, ci accorgiamo che essa, partendo da Adamo e da suo figlio Set, è scandita da formule fisse: “A aveva tot anni quando generò B; dopo aver generato B, visse ancora tot anni e generò figli e figlie. L’intera vita di A fu di tot anni; poi mori”.

Ora, quando si giunge a Enoch, si ha una curiosa variante: “Enoch aveva 65 anni quando generò Matusalemme. Enoch camminò con Dio. Dopo avere generato Matusalemme, visse ancora 300 anni e generò figli e figlie. L’interavita di Enoch fu di 365 anni. Poi Enoch camminò con Dio e non fu più perché Dio l’aveva preso” (5,21-24).

Lasciamo tra parentesi i numeri clamorosi dal valore spesso simbolico (i 365 anni di Enoch rimandano ai giorni dell’anno solare) e fissiamo la nostra attenzione su quella frase finale: Enoch è un giusto, come dice l’immagine del “camminare con Dio”, adottata anche per Noè (Genesi 6,9), e al tramonto della vita è “preso” con sé da Dio. Il verbo ebraico laqah è usato pure per descrivere il rapimento al cielo di Elia (2Re 2,11), è un “essere assunto” nella comunione piena con Dio. È questo il destino del giusto che già durante l’esistenza terrena è in intimità di vita col suo Signore e che, nella morte, è attratto nella luce eterna di Dio.

È per questo che Enoch entra nella stessa tradizione biblica successiva come un emblema per tutti i fedeli. Scrive il Siracide, sapiente del II secolo a.C.: “Enoch piacque al Signore e fu rapito, divenendo un esempio istruttivo per tutte le generazioni… Nessuno fu creato sulla terra eguale a Enoch: difatti egli fu rapito dalla terra” (44,16; 49,14). Segno d’immortalità beata con Dio, questa figura preisraelita viene collocata da Luca anche nella genealogia universalistica di Gesù (3,37), mentre la Lettera agli Ebrei, ponendolo tra gli eroi della fede, ci ammonisce che è questa la via da seguire per essere eternamente nella gloria divina: “Per fede Enoch fu trasportato via, in modo da non vedere la morte… Prima di essere trasportato via, ricevette la testimonianza di essere gradito a Dio. Ora, senza la fede è impossibile essergli graditi; chi infatti s’accosta a Dio deve credere che egli esiste e che ricompensa coloro che lo cercano” (11,5-6).

La fama di Enoch si diffuse talmente nel giudaismo che a lui è riferito il più importante dei testi apocrifi (cioè non “canonici” e “ispirati”) dell’Antico Testamento, i cosiddetti Libri di Enoch, uno a noi giunto in versione etiopica e l’altro in una traduzione slava.

Nella Lettera di Giuda, uno degli scritti neotestamentari, è citato proprio il primo di questi libri, l’Enoch etiopico, ed è l’ultima volta che il patriarca asceso al cielo appare nella Bibbia: “Profetò Enoch, settimo dopo Adamo, dicendo: “Ecco, il Signore è venuto con le sue miriadi di angeli per fare il giudizio contro tutti e per convincere tutti gli empi di tutte le opere di empietà che hanno commesso e di tutti gli insulti che peccatori empi hanno pronunziato contro di lui” (versetti 14-15).

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