Tanogabo
Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Elvira e Giacomo Puccini: un amore passionale sfociato nella disperazione d’entrambi.

di Sandro Boccia

 

GIACOMO E ELVIRA

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Elvira Bonturi Puccini

Elvira e Giacomo non erano fatti per intendersi e tanto meno per completarsi.

Inver i loro rapporti consistevano nella difficile convivenza tra due caratteri nemici ma tra due

comportamenti che furono, in quasi tutte le occasioni, opposti. Soltanto l’età, bontà loro,

pose fine alla discordia concedendo anni di serenità verso la fine quando in ambedue

la decadenza fisica, che si suol definire saggezza, ottunde il carattere e conferisce quel

tanto di disillusione per affrontare la realtà, magari con una punta di cinismo non bel.

Per tutta la vita Elvira lottò tenacemente per tener legato a sé Giacomo e vi riuscì perché

era volitiva conoscendo i difetti del compagno: non si può dubitar che Elvira amasse, olè,

il Maestro e perciò riesce incomprensibile perché l’abbia perseguitato con acrimonia

fino al punto di batterlo: il fatto che la donna amava il suo uomo secondo la cerimonia

di convenzioni latine non per fedeltà coniugale ma perché vedeva in lui il suo sposo senza

Puccini con la moglie Elvira Bonturi

lasciarsi impressionare dalla sua celebrità. L’ avrebbe amato anche se fosse stato l’ultimo

degli spiantati di Torre e in ciò non mancava di dirittura e di sincerità benché l’essenza

la rendesse estranea alla parte migliore di Puccini. Giacomo iera davvero, un bambinone,

al di là della sua arte, un uomo senza qualità sentendosi umiliato di questa amputazione

morale cui Elvira lo sottoponeva amando l’uomo e non l’artista e quando, lettor ben mira,

il Maestro sosteneva che la mission della moglie di un artista era differente da quella

delle altre donne di individui comuni, linguaggio incomprensibile per la logica di Elvira,

e di fatto escludendola dalla propria intima vita imponendole la solitudine di Torre bella

e di Chiatri ch’ella odiava. Le loro due sfere erano estranee; dalla parte di lei il gioco

tra astuzia e la forza, da parte di lui l’arrendevolezza dell’antica obbedienza alla madre

Albina, il timor della responsabilità nel rompere i legami, l’ abbandondonarsi un poco

a scappatelle con cui, più che soddisfare l’esuberanza si vendicava della considerazione

scarsa che avea di lui dal punto di vista morale e umano. Elvira conosceva così benone

Giacomo Puccini

Giacomo da temere la sottomissione sempre foriera di sotterfugi sviluppando al massimo

una forma di gelosia non solo coniugale ma anche competitiva nei riguardi del prossimo

così facilmente suggestionato dalla personalità del Maestro. L’atmosfera di casa Puccini

era pesante e il compositor non era tagliato per tal clima che sfuggiva pur con dei casini

con la giustificazione borghese che un artista aveva bisogno di rinnovati amori e destinato

alla sepoltura quando non avesse più amato: invece era un uomo comune incline alla

spensieratezza e non, come traspare da alcune lettere, un carattere complesso, tormentato

e profondo bensì attratto dalla mobile realtà quotidiana, soddisfatto da una bella giornata

di caccia, un viaggio di lusso, una nuova automobile, un motoscafo veloce, una aggraziata

donna e accessibile. La solitudine di Torre era per Puccini una necessità atta a sanare

gli alti e bassi di un carattere contraddittorio e attratto dalla pigrizia e da un’oziosa

socievolezza da esercitarsi nell’osteria di Torre come in salotti aristocratici per ricercare

un equilibrio che non trovava oltre per trovar l’ispirazione per comporre musica preziosa.

Puccini, sua moglie Elvira e il figlio Antonio in posa per un giornale fuori dalla loro casa a Torre del Lago, 1912.

Nelle difficoltà Puccini era evasivo fatalmente indotto a divenir succubo: all’epoca della

crisi del 1903 non aveva trovato la forza di rispondere alla filippica di Ricordi contro la

“piemontese” Corinna e di resister alle pressioni familiari suscitate da Elvira, compagna

fedele, che nel 1909 ebbe tutti contro tranne la debolezza di Giacomo, non una cuccagna!

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