Tanogabo
Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Echidna, la donna serpente

Eracle per compiere la sua decima fatica, che consisteva nel rubare i buoi a Gerione, giunse in in Scizia, che è ora abitata dagli Sciti, ma che allora era deserta.
Mentre attraversava la regione fu sorpreso da una tempesta, allora per evitare il gelo si avvolse nella sua pelliccia di leone e si addormentò. Nel frattempo i suoi cavalli lasciati liberi al pascolo per volere di un dio sparirono. Al risveglio Eracle incominciò a battere la regione alla ricerca dei cavalli finché giunto nella zona chiamata Ilea (= silvestre), in una grotta si imbatté in Echidna un mostro, secondo alcune fonti era figlia di Ceto e Forco, secondo altre era figlia di Crisaore e di Calliroe.
Il mostro aveva le sembianze di donna con la parte inferiore del corpo a forma di serpente.
A vederla Eracle si stupì e superato il primo istante le chiese se avesse visto dei cavalli errare. Echidna rispose di averli lei, ma che non glieli avrebbe restituiti se prima non si fosse accoppiato con lei.
Eracle accettò.
Alla fine Echidna gli disse: 
«Io ti ho conservato i cavalli che erano venuti qui, e ne ho avuto la ricompensa: perché ho concepito da te tre figli. Ma tu dimmi che devo farne, quando saranno adulti: se devo farli stabilire in questo paese che è sotto il mio dominio, o se devo mandarli da te». 

Egli rispose:
«Quando vedrai i tuoi figli in età virile, fa’ come ti dico e non sbaglierai. Fa’ abitare il paese a colui che tu vedrai tendere l’arco così, e cingersi questa cintura in questo modo; ma allontana dalla contrada chi non riesce nelle prove che impongo. Se farai così ne avrai gioia ed eseguirai la mia volontà». 
Quindi tese uno degli archi – fino allora Eracle ne portava due con sé -, le mostrò la cintura, e le consegnò l’arco e la cintura, recante, nella parte superiore del fermaglio, una coppa d’oro. Consegnò e si allontanò.
Echidna impose i nomi ai figli chiamando il primo Agatirso, il secondo Gelone, il terzo Scite.
Quando i figli crebbero, memore dell’incarico affidatole da Eracle, li mise alla prova. Due dei figli che non si dimostrarono all’altezza del compito, Agatirso e Gelone, furono espulsi dalla madre e partirono dal paese; Scite, il più giovane, tese l’arco e restò nel paese dando origine alla stirpe dei re degli Sciti (Erodoto, Storie II).

Echidna-Parco-dei-Mostri-di-BomarzoTorniamo a Echidna per sottolineare che dalla sua unione con Tifone generò una serie di terrificanti mostri: il dragone che custodiva il vello d’oro, Scilla, Cerbero, la Chimera, l’Idra di Lerna ed il cane Ortro .
Dal rapporto incestuoso con il figlio Ortro, generò Fice, un mostro di Beozia, il Leone di Nemea e la Sfinge.
Il mostro viveva in una caverna della Cilicia, nel paese degli Arimi. Altre tradizioni la fanno vivere nel Peloponneso: dove sarebbe stata uccisa da Argo dai Cento Occhi, poiché aveva l’abitudine di divorare i passanti.
…in una cava spelonca: la diva scaltrissima Echidna, che Diva è per metà, bella guancia con occhi fulgenti, e per metà serpente terribile, orribile, immane, versicolore, vivace, nei bàratri immensi di Gèa. Una spelonca ha qui, sottessa una concava roccia, lungi dai Numi immortali, dagli uomini nati a morire: l’inclita casa a lei qui prescrissero i Numi immortali. Ma ella riparò sotterra, fra gli Arimi, Echìdna, la luttuosa, Ninfa che mai non invecchia né muore. (Esiodo Teogonia 295 ss).

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tratto da: tanogaboblog.it
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