Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

È veramente avvenuta una guerra nucleare preistorica?

Leggende di grandi battaglie con armi terribili, avvenute in epoche preistoriche, possiamo ritrovarle nelle culture di tutto il mondo. Ci sono tracce evidenti che ci suggeriscono con forza che guerre nucleari possano essere avvenute in un lontano passato e per noi è sconvolgente immaginare che qualche civiltà preistorica possedesse una tecnologia nucleare molto prima di noi.

Dai reperti di cui siamo in possesso e dai testi che solo recentemente sono stati tradotti e presi in considerazione, siamo arrivati alla conclusione che ci sono state molte civiltà tecnologicamente avanzate e più volte sono state annientate da cataclismi e a giudicare da quanto narrano alcuni testi indù, anche da guerre atomiche combattute con armi dalla potenza devastante proprio come le nostre attuali bombe atomiche.

L’esplosione di un ordigno nucleare sviluppa temperature di decine di milioni di gradi producendo nell’aria una sfera infuocata che, come un secondo Sole, emette radiazioni luminose e termiche che viaggiano alla velocità della luce. L’esplosione genera un’onda d’urto che provoca un cratere profondo circa 80 m e largo 700 m. Qualche secondo dopo l’esplosione, il gas rovente acquista una velocità ascensionale risucchiando violentemente verso l’alto l’aria ed i detriti circostanti assumendo la caratteristica forma a fungo. La radiazione termica è in grado di provocare incendi per un raggio di 15 Km. Si raggiungono temperature superiori ai 1000 °C, in grado di fondere vetri e metalli e di incendiare materiali normalmente indistruttibili. La tempesta di fuoco, oltre ad incendiare tutto e a consumare ossigeno, libera anche gas nocivi. A seguito della radiazione nucleare che si libera immediatamente dopo l’esplosione, le persone irradiate muoiono immediatamente per contaminazione diretta o dopo poco a causa di tumori e leucemie.

Ora se confrontiamo i poemi epici indù del Mahabharata e del Ramayana, risalenti al 5561 a.C. (7500 anni fa), con le descrizioni degli scoppi delle bombe atomiche ci accorgiamo che ci sono delle analogie sconvolgenti che non possono essere frutto della semplice fantasia di persone ma bensì dati reali e testimonianze dirette. Vi sono infatti descrizioni molto dettagliate, di migliaia d’anni fa, di quando grandi re–dei si spostavano nei loro Vimana (macchine volanti) e guerreggiavano lanciando armi micidiali contro i loro nemici.

I carri degli dei – Immagine tratta da: laveritaconunclick.altervista.org

Le descrizioni di quelle armi negli antichi versi, la loro forza, le loro caratteristiche distruttive e gli effetti, suonano incredibilmente moderni. Parlano infatti di un unico proiettile carico dell’energia di tutto l’Universo, di una colonna di fumo e fuoco incandescente, brillante come diecimila soli, che si innalzò in tutto il suo splendore, di nubi che roteavano facendo piovere polvere e ghiaia, di meteore che esplosero lampeggiando e cadendo giù dal cielo, di venti fortissimi che cominciarono a soffiare e disturbarono tutti gli elementi, del sole che sembrò vacillare nel cielo, della terra che prese a tremare, di come nessuno vide il fuoco, perché era invisibile, ma consumò ogni cosa, di uccelli che impazzirono e di animali che furono sterminati dalla distruzione, di corpi talmente bruciati da non essere più riconoscibili, di uomini i cui capelli e unghie caddero, di bambini che dovevano nascere ma morirono nel ventre della madre, di cibi che si avvelenarono e rimasero non commestibili e della terra che fu afflitta da una lunga siccità che durò per dieci lunghi anni.

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Ci sono troppi dettagli simili, in modo impressionante, al racconto d’un testimone oculare di un’esplosione nucleare: la brillantezza dell’esplosione, la colonna di fumo e di fuoco che sale, calore intenso e onde d’urto, l’aspetto delle vittime e gli effetti velenosi della radiazione. Inoltre proprio in India, sono state ritrovate, fra il fiume Gange e le colline di Rajmahal, rovine bruciate contenenti consistenti ammassi di pietre fuse e incavate e addirittura, alcuni viaggiatori che si sono avventurati sino al cuore delle foreste indiane hanno riferito di ruderi di città le cui mura, a causa di qualche intenso calore, sono diventate enormi lastre di cristallo.

Un campione di vetro del deserto

Dopo che la prima bomba atomica sperimentale fu fatta esplodere ad Alamogordo, nel 1945, il luogo dell’esplosione si coprì totalmente di uno strato di vetro verde: la sabbia era stata trasformata in vetro dall’enorme calore sprigionato dall’esplosione.
Alcuni anni prima, degli archeologi si trovarono a scavare vicino le rovine dell’antica Babilonia, attuale città di Al Hillah, in Iraq a circa 80 km a sud di Baghdad, dove si presume sorgesse la Torre di Babele. Per accertare la profondità degli strati delle rovine, gli archeologi scavarono un pozzo proprio sotto quel punto in modo da catalogare le loro scoperte epoca per epoca. Sepolta sotto strati di argille sabbiose alluvionali trovarono resti di villaggi che testimoniavano l’esistenza di una cultura contadina; scavando ancora trovarono insediamenti di una cultura primitiva di cacciatori e pescatori, ma la cosa sconvolgente fu ritrovare, ancora più in fondo, uno solido strato di vetro verde fuso, esattamente identico a quello di Alamogordo.

Campioni di vetro del deserto libico

Sono state trovate estese aree di vetro verde fuso e città vetrificate nei profondi strati dei seguenti scavi archeologici: a Pierrelatte (nel Gabon, Africa), nella Valle dell’Eufrate, nel Deserto del Sahara, nel Deserto del Gobi, in Iraq, nel Deserto del Mojave, in Scozia, in Egitto e nella Turchia centro–meridionale.

Oltre a queste tracce di esplosioni nucleari, gli scienziati hanno trovato una serie di depositi di uranio che a quanto pare sono stati sfruttati o esauriti in tempi antichissimi.
Il 25 settembre del 1972, il Dr. Francis Perrin, ex presidente dell’Alta Commissione francese per l’energia nucleare, presentò un rapporto all’Accademia Francese delle Scienze sulla scoperta di resti di un impianto nucleare preistorico.
Le prime constatazioni di Perrin risalgono a quando i lavoratori del centro francese per l’arricchimento dell’uranio osservarono che il giacimento d’uranio di una miniera ad Oklo, 70 km ad ovest di Franceville nel Gabon, in Africa occidentale, era sensibilmente povero di uranio 235. Il Dr. Perrin consegnò un rapporto nel quale affermava l’ipotesi che l’uranio di Oklo avesse subito una reazione nucleare, scatenata spontaneamente da cause naturali. Poiché l’antichità dei depositi d’uranio di Oklo è databile a 1,7 miliardi di anni, il Dr. Perrin suggerì che la reazione fosse avvenuta in quel periodo. Ma in seguito alla pubblicazione di questo rapporto, tuttavia, sono state sollevate da altri esperti una serie questioni: il premio Nobel Glenn T. Seaborg sottolineò che, perché l’uranio “bruci” occorrono condizioni esattamente dosate, che è assolutamente impossibile ritrovare in natura. Occorre acqua per rallentare la velocità dei neutroni rilasciati e per fare ciò l’acqua deve essere estremamente pura. Ma, sottolinea Seaborg, l’acqua pura non esiste in natura da nessuna parte, in tutto il mondo. In più ingegneri specializzati scoprirono che mai il giacimento era stato abbastanza ricco di uranio per potere scatenare una reazione spontanea.
Quanto rimane è quindi, evidente prova di una reazione nucleare che non può essere spiegata con cause naturali. La reazione può solo essere stata prodotta in maniera artificiale. È possibile quindi che l’uranio di Oklo sia il residuo di un reattore nucleare preistorico, prodotto da una civiltà sconosciuta, che seppellì volontariamente i propri rifiuti nell’Africa occidentale molto tempo fa?

Per spiegare la presenza di questi sconcertanti reperti vi sono due ipotesi: o furono realizzati da una civiltà terrestre progredita che, a causa di una catastrofe naturale o tecnologica, venne distrutta prima della genesi del nostro mondo o ci siamo imbattuti nei resti di una civiltà altamente tecnologica di origine extraterrestre che visitò questo pianeta milioni di anni fa, lasciandosi dietro svariati manufatti.

Siamo talmente abituati all’idea che la nostra civiltà sia l’unica tecnologicamente avanzata nella storia del nostro pianeta, da non poter minimamente prendere in considerazione il fatto che invece potrebbe essere stata l’ultima di una lunga serie di civiltà che in passato sono state annientate da guerre o da cataclismi naturali?

 

fonte testo: grandimisteri.altervista.org

immagini da ricrche sul web

 

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