Tanogabo
Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Considerazioni su alcuni déi olimpici

Non si può non presentare al lettore il ritratto di alcune delle divinità più «importanti» del pantheon greco.
Ma è un compito frustrante, a parte Zeus, scegliere quel dio e omettere quell’altro, e più frustrante ancora ritenere, per comporne il ritratto, solo qualche caratteristica ed episodio fra tanti altri!
Ma come fare altrimenti? Fortunatamente, ci sono libri, dove il lettore potrà soddisfare la propria curiosità: in questa sede non ho altro compito che stimolarne l’appetito…
Cosi mi limiterò, a schizzare rapidamente il ritratto di alcuni dèi che hanno avuto la fortuna di piacere in modo particolare al popolo greco e la cui reputazione «immaginaria» non si è mai smentita:

 Zeus,   Apollo,   Dioniso,   Afrodite,  Asclepio (i romani conobbero col nome di Esculapio).

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Zeus, il dio più grande

Annibale-Carracci-Giove-e-GiunoneE’ talmente onnipresente in Grecia, anche se ci si guarda bene dall’evocare il suo nome invano, che non c’è contrada città ellenica il cui eroe locale non sia, direttamente indirettamente, figlio di Zeus. È stato, in un modo nell’altro vegliato personalmente da Zeus, cui numerosi amori con mortali, rievocati sopra, lo confermano campione di ogni categoria di procreazione: basta ricordarsi che Atena uscì completamente armata dalla sua testa e Dioniso dalla sua coscia.
Come dire che Omero aveva colto nel segno chiamandolo «il padre degli dei 
degli uomini», anche se, in realtà, non è il padre né degli uni né degli altri nel senso vero e proprio del termine.
Ma che importa! Il primo degli dèi è senza discussione, e gli uomini e le donne, cosa avrebbero potuto fare contro la sua volontà! Il Destino (Moira), di cui Zeus teneva la bilancia, forse non gli accordava tutto, però gli concedeva molto.

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Apollo, il dio più bello

François-Girardon-Apollo-Servito-dalle-NinfeQuanto Zeus era campione nelle imprese amorose, tanto Apollo collezionava sconfitte. Comunque sia, da una mortale, figlia di re, il cui destino fu una lunga serie di tragedie, Apollo generò il figlio più celebre e più amato, Asclepio, che trasse dal seno della madre prima che questa perisse sul rogo per suo ordine, per punirla della sua infedeltà.
Di un’altra mortale, Cassandra, figlia del re Priamo, non riuscì a ottenere i favori, malgrado che, per sedurla, le insegnasse la scienza divinatoria. Per vendicarsi, le sputò nella bocca, privandola così dell’arte di persuadere. Così Cassandra avrebbe avuto un bel predire quel che sapeva per certo; nessuno l’avrebbe mai presa sul serio.
Dio dalle funzioni molteplici, Apollo simbolizza soprattutto la «chiarezza», non quella che s’intende oggi con l’aggettivo apollineo, opposto a dionisiaco, ma quella luce più segreta che vede fino in fondo nelle cose, che si esprime per oracoli, attraverso musica e poesia, che padroneggia salute e malattia. Luce solare se si vuole, ma che, creatrice, non sia meno distruttrice.
Appare evidente d’altronde che, data la polivalenza delle sue funzioni, Apollo, come figura divina, «riassume» e assorbe parecchi apporti anteriori preellenici (cretese, asiatico…) e «domande locali». E un dio-oracolo che, dopo aver ucciso Pitone, insediò a Delfi la propria sacerdotessa, Fitia, i cui oracoli, una volta interpretati, divenivano le predizioni ufficiali.
Per aver ucciso Pitone, figlio di Gaia, Apollo dovette purificarsi, come in altre occasioni.
Egli fu anche, per due volte e in modo veramente straordinario, obbligato da Zeus, per punizione, a mettersi al servizio dei mortali. Una prima volta, per aver fomentato con alcuni dei una cospirazione mirante a incatenare Zeus, fu costretto a fare da guardiano alle greggi del re di Troia. La seconda volta, avendo ucciso i Ciclopi, indirettamente responsabili della morte del figlio Asclepio che Zeus aveva fatto fulminare per aver resuscitato i morti, infrangendo così l’ordine universale, servì per un anno il re Admeto come guardiano dei buoi.
Così vicino a Zeus e così vicino agli uomini, non c’è da sorprendersi se Apollo divenne, nell’orfismo, il simbolo dell’ordine universale e della sua armonia.

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Dioniso, il dio più sconvolgente

Dioniso_MichelangeloÈ una nascita ben strana quella di Dioniso che, figlio di Zeus e Semele, fu portato «in grembo» due volte!
Per sei mesi, nel modo più naturale del mondo, da sua madre, e gli ultimi tre mesi, «cucito» nella coscia del padre.
Si narra che le sorelle di Semele, gelose della divinità del suo amante, la spinsero a pretendere che Zeus si manifestasse in sembianze divine, come a Era in Olim­po. L’infelice morì per l’emozione a tanta vista, e Zeus fu costretto a proseguire la gestazione del figlio tanto inopportunamente interrotta.
Ma paventando, come al solito, la gelosia di Era, Zeus incaricò le Ninfe del monte Nisa di allevare il figlio sotto le spoglie di un «capretto».

Da adulto, Dioniso scoprì l’arte di fare il vino dall’uva. E la cosa lo affascinò al punto che spesso era ubriaco. Allora Era ne approfittò e, da ebbro, lo rese folle.
In una folle erranza percorse allora l’Egitto, la Siria e infine la Frigia (Asia minore) dove la dea Cibele lo liberò dalla pazzia, lo purificò e lo iniziò ai culti sacrificali della fecondità e dell’estasi «orgiastica», per i quali l’inventore della vite era proprio adatto, se non preparato.
Deciso allora a mettere alla prova la propria divinità, Dioniso, accompagnato da un corteo di baccanti, al grido rituale di Evoè (acclamazione di giubilo in suo onore), andò di paese in paese (Egitto, Caucaso, India…), sia per diffondere la vite e il suo culto-civiltà sia per farsi riconoscere come dio. E guai a chi rifiutava una cosa o l’altra: una demenziale frenesia s’impadroniva di lui e lo portava a eccessi e mutilazioni straordinari.
Ritornato in Grecia, Dioniso faticò non poco a farsi riconoscere, a far ammettere un culto tanto «selvaggio», tanto «delirante». Ma anche qui disarmò ogni resistenza rendendo pazzi furiosi tutti i suoi oppositori.
Dopo aver asservito al proprio culto continentali e isolani, Dioniso andò agli Inferi per portar via l’ombra di Semele, la madre. Avendo così affermato e confermato la propria divinità come figlio di Zeus, Dioniso raggiunge l’Olimpo e l’immortalità, e fece elevare anche la madre al rango d’immortale, con il nome di Tiona.

Ultimo arrivato fra i grandi dei dell’Olimpo, la sua «efferatezza» non gli impedì di diventare, dal VII sec. prima della nostra era, il dio dell’ispirazione estatica e dell’esuberanza orgiastica, e, più tardi, il dio dell’orfismo e dell’armonia sacrificale.
Comunque sia, mai forse, demenza e follia hanno trovato in figura divina aspetto più devastato, viso più convulso.

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Afrodite, la dea più bella

Venere_CanovaFiglia di Zeus e di Dione (una Titanide) o generata dal sangue di Urano sparso sui flutti quando fu castrato da Crono, Afrodite è, innanzitutto, figlia e dea della fertilità-fecondità. Dotata di potenza primordiale, esuberante e temibile – si pensi ai riti della fecondità dove appare sempre il sangue, così come appare nella vita e «scompare» nella morte –  Afrodite divenne molto presto la dea amatoria, e quindi dea dell’amore, senza, del resto, far dimenticare la sua temibile potenza.
Incarnava l’amore a tal punto da non poter non ispirarlo e volerlo lei stessa per se stessa. Soggiogato dalla sua bellezza, nessuno, dio o uomo, era invulnerabile. Fedele alla propria bellezza, come avrebbe potuto esserlo a chi vi soccombeva?
Quasi a farlo apposta sposata, contro la propria volontà, al più brutto degli dei, Efesto, non ebbe nessuno scrupolo, a tradirlo, e chi, fra gli dei o gli uomini, l’avrebbe biasimata. Molte furono dunque le sue avventure e i suoi amanti, fra cui gli dei Ares ed Ermes da cui ebbe dei figli. Dal secondo, Ermafrodito (nome che unisce in sé quello dei due «colpevoli») e, dal primo, Eros, senza il quale l’amore farebbe forse meno vittime, ma se non ci fosse la specie si impoverirebbe. E’ Afrodite che, avendo promesso a Paride la bella Elena di Sparta, provocò la guerra di Troia in cui prese le parti dei Troiani, tanto più che Enea, il figlio che ebbe da Anchise, «il più bello fra i mortali», era nella schiera dei guerrieri troiani. Enea, i cui discendenti, sulla sua orbita, fondarono Roma, che letto al contrario dà in latino AMOR.

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Asclepio, il dio più filantropo

Esculapio-Musei-Capitolini-RomaFiglio di Apollo e di Coronide, Asclepio fu salvato in extremis dal padre dal ventre della madre che si stava consumando sul rogo, a causa della propria infedeltà.
Allevato da Chirone, il centauro benevolo, figlio di Crono e maestro di medicina, Asclepio fu anche lui esperto in quest’arte che richiede un acuto senso d’osservazione. Si racconta, infatti, che, avendo tramortito un serpente avvinghiatosi al suo bastone, Asclepio ebbe la sorpresa di vederne sorgere un secondo, che guarì il primo dandogli l’erba che teneva nelle fauci.
Andato in sposo alla figlia di un re, ebbe due maschi e cinque femmine. L’incomparabile 
Igea, sono evidenti i legami con l’igiene e la salute, e Panacea, che aveva una pianta per ogni male.
Non vorrei dimenticare di citare 
Telesforo, il piccolo dio della convalescenza, così dimenticato ormai, che compare a volte accanto ad Asclepio, avvolto in una calda mantella con cappuccio, simile a quella che portano i convalescenti. Asclepio, non solo curava gli uomini, ma poteva anche permettersi di non guarirli se, come si narra, possedeva la formula per resuscitarli. Di questo lo accusò Ade che egli privava, in questo modo, di arrivi regolari.
Questa volta Zeus intervenne, giudicando la pratica di Asclepio, se gli uomini si mettevano anche a non morire più, tale da perturbare gravemente l’ordine universale. Così lo fulminò, ma gli «accordò», a titolo personale, un’immortalità che già possedeva come figlio di Apollo. Quest’ultimo, ricordiamolo ancora una volta, fu punito da Zeus per aver ucciso i Ciclopi dai quali lo stesso Zeus aveva ricevuto la sua arma fulminante, il fascio infiammato.
Si vuole che Ippocrate fosse suo parente e s’iscrivesse a sua volta in quella catena, vincolata a un famoso giuramento, verso cui, ironia a parte, ognuno di noi, un giorno, come Socrate e il suo ultimo discepolo, sarà debitore di un pollo o forse più.

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fonte: tanogaboblog.it

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