Bartolomeo Ammannati, scultore e architetto fiorentino nacque nel 1511 a Settignano, un paesino della provincia di Firenze, da una famiglia di scalpellini. A Pisa iniziò la sua formazione sotto la guida di Stagio Stagi, collaborando nei lavori per la cattedrale e il cimitero di questa città.
Tra il 1536 e il 1538 eseguì tre statue per il memoriale di Jacopo Sannazaro, nella chiesa di Santa Maria del Parto a Napoli e nel 1538 gli fu commissionata la tomba di Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino.
Nel 1540 fu a Firenze ove realizzò il Monumento ai Nari, nella Chiesa dell’Annunciazione. In questa città lavorò sotto l’influenza di Baccio Bandinelli, che lo fece andare a Venezia, dove collaborò con Jacopo Sansovino, un artista che influenzò profondamente il suo lavoro. Qui scolpì Nettuno in pietra per la Piazza San Marco.

A Padova realizzò colossali statue di Giove e Apollo per il “Palazzo Mantua Benavides” e l’Ercole patavino terminata nel 1546.

Ammannati – Mausoleo di Marco Mantua Benavides – Chiesa degli Eremitani, Padova (foto di pubblico dominio)

Nel novembre 1548 fu a Roma, e lavorò sulla tomba di Francesco del Nerio, a Santa Maria su Minerva e due anni dopo, nel 1550, sposò la poetessa Laura Battiferri.

Dopo l’elezione di Papa Giulio III eseguì lavori per la villa pontificia, Villa Giulia, e le tombe di Fabiano e Antonio del Monte a San Pietro in Montorio.

Alla morte del Papa, tornò a Firenze dove, protetto dal Vasari alla corte dei Medici, eseguì numerose opere monumentali: una fonte per stanza Cinquecento di Palazzo Vecchio, un gruppo in bronzo, Ercole e Anteo, per il potere Tribolo a Castello e la fontana di Nettuno in Piazza della Signoria. Verso il 1559 operò sulla figura bronzea di Marte (Uffizi) e di Venere (Prado). Il suo stile è basato su quello di Michelangelo, modificato da quello di Jacopo Sansovino. Cambiò l’ideale del bello con l’elegante. Il suo lavoro fu quasi una interpretazione del lavoro di altri maestri come Bandinelli, Sansovino o Vignola.

Lavorare tra Firenze, Roma e Venezia, gli permise di tendere una delicata rete di relazioni tra le culture delle tre città e contribuire, come nessun altro, a fissare il concetto di arte come maniera.

Come architetto, Cosimo I de ‘Medici gli commissionò l’ampliamento di Palazzo Pitti, ma il suo capolavoro fu il ponte di Santa Trinità a Firenze.
Alla fine della sua vita cadde sotto la forte influenza della Controriforma, che lo portò a cercare di distruggere alcune delle sue opere profane e manifestò le sue idee in una lettera indirizzata nel 1582 l’Accademia del Disegno e un’altra che, nel 1592, inviò a Fernando de Medici. In essi ci ha lasciato un importante documento sulla teoria dell’arte dopo il Concilio di Trento.

Il lavoro del Museo del Prado è una figura di Venere che si trovava nel giardino dell’isola di Aranjuez. In origine, le sue braccia erano tagliate, ma in una restaurazione del XVIII secolo fu messo in un atteggiamento modesto. Si ispira Venere Belvedere (Uffizi), ma presenta caratteristiche cristalline del scultore manierista: testa piccola e leggera Contrapposto. Somiglianze compaiono con altre opere, principalmente con come le sei sculture allegoriche (Firenze, l’Arno, l’Arbia, la Terra la Temperanza e Giunone) del Museo Nazionale del Bargello, a Firenze.

Purtroppo, essendo il mio sito “no profit”, ho vanamente cercato delle immagini di pubblico dominio dei lavori di questo artista. Ne ho trovato solo 8 che inserisco…

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