Artemisia nasce a Roma, figlia del pittore Orazio Gentileschi, pisano allora trentenne, e di Prudenza Montone, che morì quando lei aveva dodici anni. 
Prima di sei figli (tutti maschi), sin da bambina coltiva l’amore per la pittura, arte rigorosamente riservata agli uomini. Viene incoraggia nella sua scelta dal padre, seguace della maniera caravaggesca.

Artemisia Gentileschi - Autoritratto come martire (1615) - dett.

Artemisia Gentileschi – Autoritratto come martire (1615) – dett.

Nel 1611 il padre Orazio, intenta una causa contro il pittore Agostino Tassi, un amico di famiglia accusato di aver violentato più volte, per circa nove mesi, la figlia Artemisia.

Ecco la testimonianza di Artemisia al processo:

“Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne.”

Il processo si protrarrà per vari mesi; Artemisia è messa a dura prova anche dalla tortura, lo schiacciamento dei pollici, che avrebbe potuto impedirle di usare le dita per sempre, una perdita irrecuperabile per una pittrice del suo talento. Ma non demorde, e nel 1612 finalmente il processo è vinto (altra cosa di non poco conto per una donna) e Agostino è condannato a scontare una pena di alcuni anni in carcere. 

Dopo la vicenda dello stupro e il relativo processo, vicenda che destò scalpore nella Roma dell’epoca, Artemisia, probabilmente per rendere meno pesante la propria situazione, sposa il fiorentino Pierantonio Stiattesi e si trasferisce a Firenze. 
Viaggia però molto tra Roma e Firenze, realizzando una serie di opere come la Maddalena e la Giuditta e Oloferne di Palazzo Pitti, nelle quali è notevole l’influsso paterno. 
Nel 1621 parte con il padre alla volta di Genova, l’anno seguente torna a Roma per rimanervi tre anni. 
Nel 1627 circa si trasferisce a Napoli, dove i suoi lavori riscontrano un certo successo. Inoltre qui Artemisia ha modo di instaurare fecondi scambi culturali con pittori locali quali Bernardo Cavallino, Massimo Stanzione, Francesco Guarino. 
Tra il 1639 e il 1641 si reca in Inghilterra per assistere il padre anziano e malato, fino alla morte di questi, lavorando a più riprese per la corte e l’aristocrazia. Tutte le corti europee ambiscono ad incontrare la bellissima artista che ormai non viene considerata a livello inferiore di un uomo.

Sebbene le si attribuiscano molti amanti, il grande amore di Artemisia sarà il musicista Nicholas Lanier con cui condivide la storia più importante, e al quale forse è da attribuire la figlia naturale Francesca (che come la figlia Prudenzia, avuta da Pierantonio, Artemisia educa all’arte e alla libertà.).

Artemisia muore a Napoli, nel 1652, sola e dimenticata da tutti. Ciò che rimane della sua vita e della sua esperienza artistica sono 34 dipinti e 28 lettere.