Tanogabo
Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Apollo: le orecchie di Mida e la pelle di Marsia

Apollo, per quanto prediligesse Delfi, non vi dimorava continuamente: ogni anno, alla fine d’autunno, se ne andava oltre i monti Rifei, nel paese degli Iperborei, misteriosa regione settentrionale, dove genti virtuose e devote vivevano in perpetua felicità sotto un cielo perpetuamente luminoso.
Col tornare della primavera Apollo tornava a Delfi su un carro tratto da bianchi cigni.

Apollo sauroctono, copia romana da un originale greco di Prassitele- Parigi, Louvre

Ma la vita di Apollo non trascorreva soltanto tra santuari ed oracoli o nel dolce sonare la cetra guidando i cori e le danze delle nove Muse.
Apollo conduceva anche una vita di avventure; avventure di amore, di battaglie, di vendette: così uccise i giganti Oto ed Efialte, che avevano osato levare i propri sguardi a Giunone (Era) e a Diana (Artemide), e il gigante Tito, che aveva tentato di recare ingiuria a Latona (Leto); così, in unione con la sorella, uccise i dodici figli di Niobe, che si era vantata come madre più feconda e più felice di Latona stessa; così combatté e mise a morte il ladrone Forba, il quale sulla via di Delfi assaliva e straziava i pellegrini che si recavano al tempio; e scatenò pestilenze, e lottò con Ercole (Eracle), e ardì opporsi — due volte! — al sommo Giove (Zeus) quando cospirò contro di lui insieme con Giunone e con Nettuno (Poseidone) e quando gli uccise i Ciclopi, fucinatori di folgori, perché Giove con una folgore gli aveva ucciso il figlio Esculapio (Asclepio). E l’una e l’altra volta fu mandato in punizione come servo a pascolare le mandrie, prima di Laomedonte, re di Troia, e poi di Admeto, re di Fere. Di Admeto il Dio divenne buon amico; Laomedonte invece, non avendogli, alla fine dell’anno di servizio, pagato il pattuito salario, ne provocò acerrima vendetta.

Anche la storia delle orecchie di Mida e della pelle di Marsia è la storia di una vendetta.

Minerva (Atena), era una dea altera e saggia, ma era donna, vale a dire gelosa e vanitosa, oltre che delle sue abilità donnesche, anche e soprattutto della propria bellezza; la qual cosa si vedrà una volta di più quando racconteremo del pomo della discordia. Minerva, dunque, un giorno si era costruita un flauto e l’aveva appena imboccato e appena aveva cominciato a trarne le prime note che si era sentita presa dal desiderio, tutto femminile, di vedere come quello strumento si addicesse. Subito era corsa a una fonte, vi si era specchiata e, ahimè, tanto le era spiaciuto scorgersi con le guance gonfie di aria che aveva buttato via irosamente il flauto.
Marsia, un umile sileno della Frigia, aveva raccattato quel flauto; ed aveva cominciato col buscarle dalla Dea, stizzita che qualcuno osasse pregiare ciò che ella sprezzava.
Tuttavia il povero sileno conservò lo strumento, apprese a sonarlo e non tardò a diventarne maestro.
Le melodie che egli suscitava da quella cannuccia consolavano le sue lunghe ore di solitudine tra campi e boschi; e un giorno, che aveva sonato meglio del consueto, gli venne fatto di esclamare:
— Neppure Apollo sulla sua cetra suona così. Mi piacerebbe gareggiare con lui.

Chi raccolse queste parole e andò a riferirle al Dio? Fatto è che Apollo comparve dinanzi al sileno in tutta la sua maestà; era coronato di alloro e vestiva la lunga veste dalle mille pieghe e impugnava la cetra commessa d’oro e d’avorio, come quando guidava i cori delle Muse.

— Tu mi hai sfidato, Marsia — gli disse. — Accetto la sfida. Sono qui. Giudicheranno tra te e me, quale più valga, le Muse e Mida, il re di questa terra.
Mida avrebbe voluto sottrarsi a quell’incarico. Temeva gli Dei anche quando gli erano benigni. Ricordava il suo incontro con Bacco (Dionisio).
Non molto tempo addietro gli era avvenuto di trovare, lungo le rive di un fiume, Sileno — il prototipo di tutti i sileni — giocondo precettore di Bacco: il vecchio, secondo il solito, aveva preso una sbornia, si era addormentato tra l’erba e alcuni contadini, passando di là, lo avevano per burla legato con solidi vincastri.
Mida lo aveva sciolto e ospitato onorevolmente, e Bacco, in segno di riconoscenza, aveva promesso al re di soddisfare un suo desiderio.
Mida aveva chiesto di poter mutare in oro tutto ciò che toccasse ed era stato esaudito. Ma anche aveva corso il rischio di morire d’inedia: tutti i cibi e tutte le bevande gli si mutavano nel prezioso metallo!
Bacco, impietosito, lo aveva mandato a lavarsi nel Pattolo; così il re si era liberato di quel pericoloso privilegio e le acque del fiume da quel giorno avevano trasportato pagliuzze d’oro.
Questo ricordava Mida; e pensava: «Alla larga dagli Dei!». E ora gli toccava di far da giudice in una simile gara!

Le nove Muse già sedevano in gruppo su un rialzo erboso, all’ombra di un ciuffo d’alberi. Tutt’intorno tacevano gli uomini e le ninfe, le selve e i campi. Non un cinguettio d’uccello, non un fremito di fronda, non un alito di vento. Le acque trattenevano il loro fruscio; il cielo stesso ascoltava.
Apollo con le musiche dita tentò le corde della cetra. Sorsero le cime dell’Olimpo tuffate in una luce d’oro; sorsero i bronzei palazzi dei Numi. Tintinnarono le parole e le risa degli Dei. Dalle anfore il nettare e l’ambrosia caddero in fili canori nelle coppe d’oro. Passò la bellezza di Venere (Afrodite), la giovinezza di Ebe, il volo leggero di Iride. Fremette la voce di Giove. Le risa e le parole divine tacquero nella grande sala del convito. La notte sciolse i suoi cupi veli e il silenzio calò sulle cime dell’Olimpo.

E poi Marsia portò alle labbra il suo flauto.

Un pigolio timido. Alcune note periate. Si diffuse una chiarità di alba. Passò un sospiro di vento, uno stormire lieve di foglie, chioccolò una fonte segreta; gorgogliò un ruscello traverso il prato. Nel cielo si sparsero le rose dell’Aurora, salì trionfando il carro del Sole. Messi ondeggiarono nei campi. Si levarono cori di contadini. Uccelli sfoggiarono i loro canti; e fu una festa di gorgheggi, di trilli, di fioriture, di variazioni. Il meriggio fuse cielo e terra nella sua vampa solare. Venti freschi trascorsero temperando l’ardore meridiano. Si diffuse un odore di fieni falciati. Sulle aie giovinetti e fanciulle danzarono e cantarono cori d’amore. Scese la sera. Sgorgarono le prime stelle. Oreadi scesero dalle montagne; Naiadi emersero dai rivi; e le ninfe danzarono sui prati nel primo chiarore della luna. Poi la luna calò all’orizzonte; e da un ramo cantò un usignolo, a lungo, sotto le stelle.

Le Muse dichiararono che il vincitore della gara era Apollo. Mida, forse meno parziale, osò preferire Marsia.
— Anche tu avrai quel che ti meriti! — sibilò Apollo, impermalito.
In un attimo le orecchie del re si allungarono, si appuntirono, si coprirono di peli: e furono un bel paio di orecchie asinine.
— Quanto a te…
Ora Apollo si rivolse a Marsia ancora trasognato nell’eco del proprio canto.
Il patto era che il vincitore avrebbe fatto del vinto ciò che più gli talentasse; e il Dio legò Marsia a un albero, lo scorticò vivo e ne appese la spoglia all’ingresso di una caverna; e si narrò poi che la pelle si agitava inquieta tutte le volte che nelle vicinanze risonava la querula voce di un flauto.
Anche il povero Mida fece una triste fine. Vergognoso delle proprie orecchie, egli le nascose sotto un alto berretto; guai se i sudditi fossero venuti a risapere della sua disavventura! Tacque con tutti; ma non poté celare la sua vergogna al proprio barbiere; e gli ingiunse rigorosamente di non rivelare a nessuno il triste segreto.
Il barbiere giurò; ma — loquace come tutti i barbieri di questo mondo — il segreto gli pesava, lo opprimeva, lo tormentava giorno e notte. Potersi sfogare, poter parlare almeno una volta! Con chicchessia!

Non voleva tradire il giuramento; ma non resse più; e una notte, perché nessuno lo vedesse, uscì dalla città, si avviò verso il fiume, trovò un luogo perfettamente solitario, scavò una buca fonda, vi s’inginocchiò al margine, si chinò con tutta la testa nella buca e confidò con un sussurro alla terra il suo grande segreto.
— Il re Mida ha le orecchie d’asino!
E respirò: finalmente!
Riempì la buca di terra e tornò leggero e sereno alla sua casa. Nella notte, lungo il fiume, nacque un canneto e la mattina dopo, ondeggiando alla prima brezza, le giovani canne risussurrarono al vento:
— Il re Mida ha le orecchie d’asino!
E il vento lo disse agli alberi; gli alberi lo ripeterono agli uccelli; gli uccelli lo ricantarono in mille toni alle erbe, alle acque, alle ninfe, agli uomini; e tutti, tutti, tutti seppero la grande novella.
— Il re Mida ha le orecchie d’asino!

E il povero Mida, disperato, si uccise.

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vedi anche: Apollo

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tratto da: tanogaboblog.it

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