ALLA RICERCA DEL TESORO DI SPINA
NEL SANTUARIO GRECO DI DELFI

(Appunti protostorici sul Delta Padano e sulla Romagna)

di Giuseppe Sgubbi

 

Ai nipotini WIKTOR ed ERIK
Con la speranza che lo studio della
Cultura Classica diventi per loro
“RAGIONE DI VITA”

 

…purtroppo quelli che scavano
e non pubblicano i risultati delle
loro scoperte, continuano a godere
credito e non vengono considerati
quello che invece sono cioè
“Criminali Accademici”.
Rhys Carpenter

 

Vedi in calce all’articolo le abbreviazioni maggiormente usate e le opere consultate.

AL SEGUITO DI UN VIAGGIO IN GRECIA

Lo spunto per queste ricerche l’ho avuto al seguito di un viaggio in Grecia, che ho effettuato nel maggio 2001.

Quattro autori antichi, nel corso delle loro opere, ricordano la presenza del “tesoro” degli Spineti nel santuario greco di Delfi.
(Per “tesoro”si intende una piccola costruzione, quasi sempre a forma di tempietto, che, costruita dentro al recinto sacro, aveva la funzione di custodire i doni offerti ad Apollo a ringraziamento per i consigli ricevuti, perciò non un contenuto ma un contenitore.)
Questi autori antichi sono: 
Strabone (V-I-I7) in occasione della descrizione  del Delta Padano, ancora Strabone (IX-3-8) in occasione della descrizione del santuario delfico; 
Dionigi di Alicarnasso (I-I7) in occasione della descrizione della fondazione di Spina da parte dei Pelasgi; 
Plinio (III-I6) in occasione della descrizione del Delta Padano; 
Polemone (Ateneo XVIII 6°6 A) in occasione della descrizione della Grecia.

Nonostante queste inoppugnabili testimonianze, tre persone greche, “addette ai lavori”; la guida, il direttore del museo di Delfi e uno studioso locale, appositamente interpellati   riguardo della presenza del tesoro di Spina, non hanno saputo dirmi  alcunché, infatti ho avuto da loro  l’identica risposta:  mai sentito nominare!
Ritornato a casa  ho ritenuto opportuno  fare  le  necessarie ricerche, questi sono i risultati.

Lo studio riguardante  la possibile individuazione  del tesoro degli Spineti a Delfi, comporta anche l’approfondimento  di vari temi ad esso  collegati: antiche rotte Adriatiche, antiche migrazioni, rapporti fra Greci ed Etruschi, ecc. Si tratta di vicende, che  senza alcun dubbio, hanno condizionato  la storia e la protostoria, sia dell’area Spinetica che Romagnola.

 

IL TESORO DEGLI SPINETI NELLE TESTIMONIANZE ANTICHE.

 Strabone (V-I-7);
“Anche Altino è situata nelle paludi  in una posizione somigliante a quella di Ravenna, fra mezzo trovansi Butrio  castello di Ravenna e Spina che ora è un borgo  ma anticamente fu una città Ellenica famosa. Però a Delfi  suol farsi  vedere il tesoro degli abitanti di Spina ed altre cose sogliono farsi raccontare intorno ad essi siccome di un popolo stato una volta potente in mare. E dicono  che anticamente  questa città era situata  lungo il mare, ma ora è invece  dentro terra e distante dal mare  circa novanta stadi”.
 

Strabone (IX-3.8);
La ricchezza suol essere invidiata  perciò è difficile da custodirsi anche quando è sacra. Però il tempio di Delfo è al presente poverissimo, giacchè i suoi voti consacratvi, i più preziosi furono portati via e se ne rimangono ancora sono quelli di minor pregio, Anticamente però questo tempio fu ricchissimo lo attesta anche
 Omero, ma delle ricchezze da lui menzionate non ne rimane nessuna vestigia, erano quasi tutti voti consacrati  da vincitori  come primizie  del bottino guadagnato nelle loro guerre e vi si leggevano ancora  le iscrizioni che attestavano l’’origine di quei doni ed i nomi dei donatori, per esempio dei Sibariti e degli “Spineti sul golfo Adriatico “.
Chissà perché Strabone sente il bisogno di aggiungere  dopo la parola “Spineti” anche la voce “ dell’Adriatico”, ha forse voluto dire che sapeva della esistenza di due città con tale nome? In verità in Licia vi era una altra Spina, (Lattes 1894 pag 35) questo potrebbe significare che il nome alla Spina adriatica è stato dato da popolazioni provenienti dall’Egeo e non che ha preso il nome dal ramo del Po chiamato Spinete.

Plinio il Vecchio (III-I6);
“Il Po porta a Ravenna per mezzo della fossa Augusta  dove ora è chiamato Padusa e un tempo Messanico, vicino  è la foce che ha la grandezza di un porto che, è detto Vatreno da un fiume che scende dalle colline imolesi. Questa foce era detta prima Eridanica  e da altri Spinetica, dalla città di Spina, fondata da Diomede, la quale primeggiò nei dintorni come induce a  credere  il “tesoro” esistente a Delfi”.

Dionisio di Alicarnasso (I-I7);
Alcuni di quei Pelasgi che abitavano nella Tessaglia, stirpe greca proveniente dal Poloponneso, costretti ad abbandonare le loro terre, dopo alterne vicende trovarono rifugio  nell’interno  presso gli abitanti di Dodona, ma si fermarono solo  per un tempo ragionevole, e lasciarono quindi la zona  seguendo l’indirizzo dell’oracolo di navigare verso l’Italia chiamata, a quel tempo Saturnia: costruirono molte navi  e salparono verso lo Ionio, ma a causa dei forti venti del Sud  e della scarsa conoscenza di quei luoghi, furono portati  oltre ed ormeggiarono in prossimità  di una delle foci  del fiume Po  chiamata Spinete.
Fondarono Spina, ebbero molta fortuna certo molto più delle altre città dello Ionio divenendo per lungo tempo  i più potenti dominatori  del mare  tanto da essere in condizioni di portare al santuario di Delfi  decime piu belle quanto mai, ricavate dalle  loro attività marinare, successivamenti attaccati  da barbari che abitavano in zone confinanti, furono costretti  ad abbandonare la città. Cosi scompare  la stirpe dei Pelasgi che si era stabilita a Spina “.     

Polemone (Ateneo  XVIII  606) ;
A Delfi  nel tesoro degli Spinati, vi sono due statue in marmo di fanciulli dicono gli abitanti  di Delfi che un visitatore  del santuario si sarebbe innamorato  di una delle due immagini, ragion per cui si sarebbe fatto chiudere nell’edificio e per questo  amplesso avrebbe  lasciato  una corona”.

 

IL SITO DI SPINA

Nonostante che la città di Spina sia stata, seppur solo in parte trovata, come pure sono state trovate  le oltre 4.000 tombe che facevano parte del suo sepolcreto, nonostante che questa città sia ricordata da  molti scrittori antichi; oltre ai già ricordati Strabone, Plinio e Dionisio di Alicarnasso, occorre aggiungere Stefano Bizantino (v.Spina), PsScilace (17) e Trogo-Giustino(XX-I-II), nonostante  la sterminata bibliografia che questa città puo vantare; basti pensare ai numerosi  atti di convegni a lei dedicati Spina (1959), Spina(196O), Spina (1992), Spina (1993), Spina (1994), Spina (1998), ebbene nonostante tutto questo, di Spina si sa poco: poco  sul suo nome, sulla sua origine, sul suo sviluppo, sulla etnia dei suoi abitanti e sulla sua fine.

Giustamente qualcuno  ha definito questa città una “sfinge”.

Una delle ragioni per cui  le sue vicende sono rimaste tanto enigmatiche è dovuta  al fatto che   nella  stessa area deltizia, ma distanziate da almeno  5 secoli, sono esistite due città con lo stesso nome (Ferri I959 pag 59-63).

Una è la Spina “etrusca”, cioè la città in parte trovata e che dalla ceramica risulta esistente  dalla fine del VI all’inizio del III secolo a.C, l’altra  è la Spina “pelasgica” ricordata  da Dionisio di Alicarnasso, che sarebbe stata fondata dai Pelasgi all’epoca della guerra di Troia, (I2 secoli a,C). Si tratta  di due realtà diverse, da qui le incertezze, da qui la confusione. Vediamo con l’ausilio delle testimonianze antiche dove è possibile localizzare  la “pelasga”.

Sappiamo da   Ellanico (apud  Dionisio di Alicarnasso I-28)   e dallo stesso Dionisio, che  sarebbe stata fondata  in un ramo del Po detto Spinete; da Stefano Bizantino si apprende che  era collegata al ramo Spino; nel periplo dello Ps Scilace (17) è scritto che per arrivare a detta città occorreva  risalire  un corso di acqua per almeno tre km, di quale corso si trattava  ce lo dice Plinio,(  cit,) si trattava di un ramo  del Po, detto Spinete, alimentato  da un fiume, proveniente dalle colline imolesi, chiamato Vatreno(Santerno), che successivamente  darà il nome  alla foce.

Da queste antiche testimonianze, come si può vedere, non è possibile sapere con esattezza   a quale delle due Spina essi si riferiscono. Dubbioso è anche il riferimento di Strabone, quando dice che al suo tempo, I secolo dopo Cristo,oppure al tempo della sua fonte, (Artemidoro I secolo a. C), la città di Spina distava dal mare oltre I5 km.

Al riguardo della localizzazione della Spina “pelasgica”, la stragrande maggioranza degli studiosi moderni  ha preferito non prendere posizione, uno di loro il Ferretti Spadazzi (1983 pag 80), ha proposto  che potrebbe  corrispondere all’abitato venuto alla luce a Frattesina Terme, prov Rovigo. La motivazioni che lui riporta è  che questo è il maggiore insediamento di epoca pelasgica della zona e che  si trovava in un ramo del Po ora estinto.

 Questa sua proposta “cozza” contro  una  incongruenza difficilmente superabile; la Spina “pelasgica” doveva per forza trovarsi collocata a meridione del Po; non si vede diversamente come i  Pelasgi  potessero  dirigersi  in Etruria passando da Cortona. Difficilmente perciò  Frattesina corrisponde al luogo dove era  questa primitiva Spina. Magari potesse trovarsi tanto lontano dal mare! perché in tal caso  potrei proporre, con maggior probabilità, che possa  anche corrispondere all’abitato preistorico venuto alla luce  dove io abito, cioè a Solarolo prov. Ravenna. Si tratta di un abitato  che  ha le stesse caratteristiche di Frattesina, l’unica diversità è che, nonostante  sia stato scoperto da quasi venti anni, di questo abitato non si sa quasi niente, mentre invece di Frattesina, si sono sapute molte cose  dopo solo due mesi che era stato scoperto.

Non  propongo Solarolo come l’area dove potrebbe essere ubicata la Spina “Pelasga”, anche se non si può escluderla, in quanto  intendo fare una supposizione più credibile. Da tempo sostengo(Sgubbi I992), purtroppo inascoltato dagli “addetti ai lavori”, che ove ora è tracciata  l’antica via Longa, (una strada che partendo  dalla  via Emilia in corrispondenza della valle del Senio, arriva  fino ai lati meridionali delle valli di Comacchio,) vi era da tempi antichissimi una striscia di terra  alta, esente da alluvioni, che senza alcun dubbio  è stata usata in antico  come importante direttrice terrestre. L’antichità di questa via è archeologicamente documentata  dalla presenza ai suoi lati di numerosi insediamenti  del Bronzo e Villanoviani, venuti alla luce al seguito di arature, perciò a piccole profondità.

Questo antico tragitto terrestre  ha tutte le caratteristiche per corrispondere al tragitto ricordato dallo Ps Scilace (Sgubbi I992), che con tre giorni di cammino, era possibile congiungere Spina con Pisa. Pur avendo forti dubbi sulla possibilità che in soli tre giorni di viaggio si potessero percorrere oltre 2OO km, tale percorso  può  segnare la strada che collegava Spina con Felsina, una strada  più volte cercata, ma mai trovata in quanto si è cercata dove  assolutamente non poteva trovarsi. Che questo tragitto terrestre era per gli Spineti il più comodo per arrivare alla via Emilia,( e poi deviare verso Bologna), lo dimostra anche il fatto che i sassi trovati a Spina provengono, o dalle Alpi o dall’ Appennino Romagnolo, questo significa che non vi era una strada che congiungeva in linea diretta,  Spina e Bologna, in quanto in  tal caso, sarebbe stata usata anche per  il trasporto dell’indispensabile materiale sassoso, che  sarebbe stato di provenienza appenninica, ma del  bolognese. Indipendentemente da tutto ciò, il ritrovamento in tale direttrice,  di ambra tipo “Tirinto”(Catarsi  Dell’Aglio I993 pag 43) e due frammenti di ceramica, da alcuni considerati Micenei, a cui  naturalmente vanno aggiunti anche i reperti micenei venuti alla luce  nel Mugello, cioè nel versante toscano, dimostrano che in antico  questa via era molto praticata.

link immagine originale: 
http://www.racine.ra.it/orione39/alfonsine/Alfonsine/immagini/mappe/mappa-attuale-spinaII.jpg

Ed è proprio lungo questa direttrice  che a mio parere occorre cercare la Spina “pelasgica”. ma dove esattamente? Forse ci può essere di aiuto la testimonianza di Plinio il Vecchio: questi  come in parte abbiamo già visto, dice  che il ramo Spinete , ove venne fondata Spina, era formata da un corso di acqua proveniente dall’imolese;il Vatreno (Sgubbi I983), ebbene questo corso di acqua formato in antico dal Santerno, dal Rasena(Marziale  Epigrammata) e dal Senio, ( che potrebbe corrispondere  alla attuale foce del Reno,) non dovrebbe essere, con l’ausilio delle foto aeree, difficile rintracciarlo, ebbene una volta rintracciato,  occorrerebbe trovare  dove incrociava la  sopra citata antica direttrice, ed è proprio li, che a mio parere, occorre cercare la Spina “pelasgica”. Dicono Uggeri Patitucci(1974 pag 70-91)che 3000 anni fa la linea di costa si trovava ad almeno 30 Km dall’attuale. Se cosi  è, questa Spina “pelasga” occorre cercarla molto più lontana dalla Spina Etrusca. Dice il Ferri (1957 pag 97)   di cercarla a 4 o 5 Km ad ovest, personalmente credo che dovremmo cercarla più lontano. Ciò che consiglia il Ferri (cit.) potrebbe essere valido ritenendo che Spina sia stata costruita come Ravenna e Venezia sopra  delle isole, ma come abbiamo visto, Dionisio di Alicarnasso dice che questi Pelasgi  “salirono” il ramo dello Spinete; da questa testimonianza non è possibile sapere  di quanto risalirono  questo corso d’acqua,  ma sicuramente  fino a che non trovarono molta terraferma. Ebbene la terraferma  non era lontana, infatti, senza alcun dubbio, trovarono la striscia di terra prima ricordata, e sicuramente in quel luogo fondarono Spina.  Si deve anche tener presente che in antico gli abitati venivano costruiti un po’ all’interno  per  non dover  subire le scorrerie piratesche. Perciò se io avessi il compito di cercarla  inizierei senzaltro dall’arco  di terreno, S’Alberto, Madonna del Bosco, Longastrino. e verrei molto in su, anche perché, come è noto, fra il periodo Protovillanoviano ed il periodo Etrusco, vi fu un lungo peggioramento climatico che fece avanzare di molto la linea costiera.

 

IL SANTUARIO DI DELFI : STORIA E FUNZIONI

L’attività religiosa a Delfi è archeologicamente documentata già nel 1400 a.C .

Non molto dopo  risulta  pienamente funzionante  anche l’attività oracolare, infatti  tale oracolo  viene consultato da Giasone alla vigilia della avventura Argonautica, (Apollonio Rodio 1,414), fu interpellato da Atamante, (Carli 1785 pag 49)  ed altrettanto ha fatto Agamennone prima  della partenza per la guerra di Troia.

Pure a tale periodo risalgono  i doni  offerti al Santuario  per “consigli ricevuti”; lo sappiamo da Strabone,(cit.) quando, descrivendo le ricchezze del santuario, fa presente che quelle del periodo Omerico  non sono più esistenti.  La millenaria attività oracolare, ben attiva anche in epoca romana, termina  definitivamente  nel 394 quando Teodosio il Grande, con un decreto, proibisce qualsiasi culto pagano.

Nonostante che  le sue vicende fossero scritte in tutte le opere degli antichi scrittori Greci, per molti secoli Delfi non viene più ricordata, è ignorata anche la sua antica ubicazione, solo nel XV secolo  viene trovata grazie alle ricerche di Ciriaco, mercante di Ancona, dopodichè ha avuto inizio un ininterrotto “pellegrinaggio” in cui scopo principale  era quello di trovare  i magnifici monumenti e tesori  ricordati da Erodoto e da Pausania.

Nell’area del santuario,  era stato da tempo costruito  il villaggio di Kastri; ebbene, prima che nel I891  iniziassero gli scavi, il villaggio fu “smontato” e costruito ad alcuni Km di distanza. Nonostante i molti saccheggi  che il santuario ha dovuto subire;(Nerone portò via oltre 5OO statue, Costantino  lo depredò per abbellire Bisanzio, Lanzani 1940 pag 82) gli scavi hanno portato alla luce  interessantissime vestigia del passato, ma è forte la convinzione che  Delfi nasconda ancora molti segreti.

SUA FUNZIONE

Delfi, dio titolare Apollo, era  senza alcun dubbio, il più famoso santuario della antica Grecia, molto più famoso di Olimpia, dove come è noto,  oltre al fatto, che vi si svolgevano le Olimpiadi, il titolare era Zeus. La  fama di Delfi era dovuta alla consultazione, quasi “obbligata”, che quasi tutti popoli della terra, allora conosciuta, effettuavano in occasione di migrazioni  e colonizzazioni. Infatti come hanno detto Cicerone, Plutarco  e Giustino, (Piccirilli 1972 pag 45)  nessun popolo si allontanava dalla propria terra, senza prima avere consultato l’oracolo Delfico.

La consultazione, che ovviamente riguardava anche altri aspetti della vita collettiva,( guerre , calamità,ecc), consisteva in domande, orali o scritte, indirizzate alla sacerdotessa di turno, a Delfi chiamata Pizia, le cui risposte, quasi sempre enigmatiche, venivano spiegate dai sacerdoti del santuario. Quando si parla di santuari ed oracoli, entra sempre in “ballo” la “ingenua credulità  degli antenati”, ebbene, indipendentemente dalle nostre personali opinioni, occorre  tener presente che, salvo alcune eccezioni, questo santuario era dagli scrittori antichi tenuto nella massima considerazione. Forse potrà sorprendere il fatto  che era oggetto di grande venerazione anche da parte  dei filosofi greci. Basti pensare che  i famosi “sette saggi”, che in verità erano solo cinque;Talete, Solone, Periandro, Biante e Pittaco, scelsero Delfi per immortalare  le loro famose “sentenze”; conosci te stesso, nulla di troppo, ecc.

Abbiamo già detto che il dio titolare  era Apollo, ma nei tre mesi di ogni anno in cui Apollo si trasferiva nel paese degli Iperborei, il titolare diventava Dionisio.

 

TRACCE DEL TESORO DI SPINA NEL SANTUARIO DI DELFI

Anzitutto una premessa; oltre al tesoro degli Spineti, Strabone (V-2), ricorda pure   l’esistenza in questo santuario del tesoro di Caere (Cerveteri); considerato che come vedremo, molte affinità  accomunano questi due tesori,  nel corso delle ricerche  per tentarne  l’individuazione, citerò spesso  anche  questo tesoro.

Se diamo uno sguardo  ad una delle tante piante del santuario di Delfi constateremo  che vi sono  segnate  le tracce  o presunte tali di tantissimi tesori, ben 38, un numero elevatissimo specialmente  se confrontati con i 16 di Olimpia. Purtroppo  solo 8 di questi sono stati correttamente, o almeno si pensa, identificati:Sicioni, Sifni, Potidei, Cnidi, Ateniesi, Acanti, Corinti  e quello di Cirene. Ad altri 15  si è cercato, ma con molti punti interrogativi, di dare una “paternità”, tutti gli altri, compresi  quelli di Spina e di Cerveteri,pur non essendo mancate  lodevoli ipotesi, sono tuttora anonimi.

Due sono le ragioni per cui si incontrano tante difficoltà  nei tentativi di identificazione; una è la già accennata  costruzione nel  santuario del villaggio di Kastri che ha impedito   una sicura attribuzione  di iscrizioni e dediche  ai rispettivi tesori, l’altra  ragione, forse  la più importante, è che  gli scrittori antichi, che  nel corso delle loro opere hanno ricordato  questi tesori, non hanno fatto  quella particolareggiata descrizione che invece  sarebbe stata utile per individuarli.

Le uniche descrizioni che sono state di qualche utilità sono quelle di Pausania, ma, il percorso che questi avrebbe fatto nel santuario, non è da tutti accettato.

Breve elenco  dei tesori Delfici  citati dagli  autori antichi.: Pausania(X, II) Sicioni, Sifni, Tebani, Ateniesi, Cnidi, Potidei, Siracusani e Corinto; Erodoto (I-14 e I-51), Corinzi, Clazomerai; Plutarco (de Pitia OracoliI2) Acanti; Diodoro Siculo (Biblioteca Storica XIV 93) e Appiano, (Storia Romana II-8 )Marsiglia; Ancora Diodoro Siculo, (XXVIII-IO)Tebani; Senofonte (Anabasi V-3) Ateniesi; Polemone (frammento XXVII) Sicioni ; a questi naturalmente vanno aggiunti il  tesoro  di Spina  che come abbiamo già detto è ricordato da Strabone, Plinio, Dionigi di Alicarnasso,   Polemone, e quello di Cerveteri ricordato da Strabone (op.c). Non mancano  altri incerti riferimenti antichi  di altri tesori, ad esempio quello di Turi per Elliano. Naturalmente questo elenco non ha nessuna pretesa di completezza. 
Vediamo quali potrebbero essere quelli di Spina e di Cerveteri. Da quello che mi risulta, salvo  ritrovamenti archeologici  dell’ultima ora, due sarebbero i resti di tesori  che potrebbero essere a loro attribuiti; uno è (vedere cartina N° 1) il  N° X, l’altro è il N° XII, a questi aggiungo io, perciò con tutte le riserve del caso, il N° IX. Questi tre tesori  hanno  una caratteristica comune; sarebbero gli unici del santuario Delfico considerati dagli archeologi “stranieri”, cioè aventi  una caratteristica costruttiva diversa dagli altri tesori. Vediamo cosa si è detto al riguardo di questi tesori. Per venire a conoscenza delle varie attribuzioni occorre prendere visione delle piantine  che quasi sempre ogni studioso allega  ai suoi lavori; ogni piantina riporta le tracce dei tesori, ogni tesoro è segnalato con un numero, ogni numero corrisponde ad un offerente, se l’offerente non stato ancora individuato viene scritto anonimo, oppure   viene segnalato con un aggettivo derivante da qualche sua particolarità

 

TESORI ESISTENTI NELL’AREA NORD OVEST DEL SANTUARIO DELFICO.

……………… = probabile tragitto di Pausania.

 

Piantina n. 1

 

Rassegna  ed attribuzioni riportate in alcune piantine

Piantina  Andronicos (1984): 
tesoro X=”tesoro arcaico in rovine Aslepio”; XII= Tesoro Eolico ; IX = non citato

Piantina Settis (1996): 
come la piantina precedente con la sola eccezione che il  tesoro XI è detto”tesoro anonimo.

Piantina La Coste Messaliere (1936): 
come le precedenti  con la sola eccezione del tesoro IX detto “tesoro distrutto”.

Piantina Bommelaer(1991):
Tesoro X= “tesoro etrusco  nell’Asclepio,”; tesoro XII=”tesoro Anonimo”; Tesoro IX=”tesoro anonimo”.

Piantina Roux(1976): 
Tesoro X=”tesoro arcaico nell’Asclepio; tesoro XII=”anonimo”;  tesoro X=”tesoro arcaico anonimo”.

Piantina Ferri(1960); 
tesoro X=”Tesoro Etrusco”( ma con punto interrogativo) tesoro XII=”tesoro eolico anonimo”;  tesoro IX=”vecchio tesoro degli Ateniesi”.

Piantina Torelli (1997); 
tesoro X=”Spina”; tesoro XII=”Caere”; tesoro IX=”piccolo Potidei”.

Piantina Karabatea;(pubblicazione senza data, attualmente in vendita nelle librerie)
Tesoro X= “etrusco”; Tesoro XII=Siracusani; Tesoro IX =Potidei
Occorre tener presente che, in questa ultima piantina, diversamente dalle altre, alcuni tesori  si trovano ubicati in altri luoghi, ma non è possibile sapere se si tratta di errore topografico o se  siano i risultati di nuovi scavi, perciò  è difficile fare il confronto con le altre piantine.

Vediamo ora i commenti  dei vari studiosi al riguardo  di ogni singolo tesoro.

 

TESORO X

Come abbiamo visto nelle cartine, questo tesoro è detto “costruito nell’Asclepio,” effettivamente sarebbe stato  distrutto nel IV secolo a.C per  fare posto al tempio di Asclepio,(Briquel 1988 pag 150); forse era caduto in disuso? Per la sua costruzione era stato usato un travertino giallo di sicura provenienza toscana, in un suo masso è stata trovata una iscrizione “tirrenica”, alcuni suoi massi  contengono scanalature e fori  identici a quelli trovati in Etruria, la misurazione corrisponde al “piede Italiano”(Pomtow 1924), conseguentemente da quasi tutti è detto “Etrusco”.

Il Pomtow (1924) prima dice “Caere”, poi successivamente dice “Spina”; per il Messaliere (1936) “Spina”; per il Dismoor (1912) “Caere”, altrettanto dice il Keramopoullos (1909); per il Briquel (1988 pag 155) questo tesoro non può essere di “Spina” in quanto fu visto da Polemone e da Strabone, perciò, per questo studioso, può essere solo quello di Cere. 

 

TESORO XII.

Dice il Briquel (o.c. pag 154) che questo tesoro  ha delle caratteristiche diverse dagli altri tesori delfici; larghezza superiore alla lunghezza, colonne separate dal resto dell’edificio, orientamento anomalo,( ma  su questo ultimo punto vedremo più avanti, che vi è una buona ragione), aggiunge poi che potrebbe essere etrusco e propone “Spina”. Il Messaliere (cit.) dice “Caere”, oppure “Clazomenai”;  per il Pomtow (cit,) “Cnidi”; per il Dismoor (cit,) potrebbe essere “Spina”.

 

TESORO IX.

Come abbiamo visto dalle piantine, per molti questo tesoro “non esiste”. Vediamone alcune caratteristiche; alcuni suoi massi provengono dal tesoro X, come pure sarebbe stato costruito sullo stesso piano, assomiglierebbe molto al XII,  e sarebbe stato costruito con materiale italiano. Le attribuzioni dei pochi che lo ricordano, non sono concordi; per il Ferri (1960) era il vecchio “degli Ateniesi” per il Pomtow (cit,) poteva essere la continuazione  del “Potidei”; per il Dismoor (cit,) era il “Siracusano”, ma non esclude che potesse  essere  di “Spina”. Il Briquel (cit,) non ne parla,  questo fa pensare che non lo considera dei “nostri”.

Come ho detto in precedenza, ho ritenuto opportuno inserire anche questo tesoro  fra i “papabili”. Vediamone le ragioni: nel maggio del 1893 (Faure1985 pag 65) a pochi metri  dal muro Est di questo tesoro, fu rinvenuta una statua marmorea    intatta,   raffigurante un ragazzo; nel 1984,  pochi metri più ad ovest, è stata rinvenuta un’altra statua quasi identica, ma rotta in alcuni punti.

Nella sala IV del museo di Delfi, in un unico piedistallo, vi sono due statue di ragazzi, opera dello scultore Polimede, una intera ed una, si noti  bene, è rotta in più punti. Non si sa di sicuro che cosa e chi queste due statue rappresentino, per qualcuno sarebbero  i fratelli Argivi Cleobi e Bitone, ma per altri, anche al seguito di una dicitura che è stata messa nella targhetta, si tratterebbe dei Dioscuri, cioè Castore e Polluce. Pensando a queste due statue,che vi sono buone ragioni per considerarle quelle trovate nei pressi del tesoro X, non si può non pensare al racconto di Polemone (op.c), che riguardava le due statue raffiguranti due ragazzi, esistenti nel tesoro degli “Spinati”, che per molti, come si è detto  sarebbe quello di Spina. Se queste fossero quelle ricordate da Polemone, l’ipotesi  tesoro IX= “Spina”, sarebbe da prendere in seria considerazione.

Riassumendo le ipotesi di attribuzioni; pur nelle incertezze si può dire che sicuramente il X  è dei “nostri”, ma ben difficilmente  è quello di Spina, infatti tale attribuzione  incontra un ostacolo difficilmente superabile, come giustamente ha detto il Briquel, (1988) che non poteva essere visto  da Polemone e Strabone in quanto  al loro tempo  detto tesoro non era più visibile. Non tutti gli studiosi hanno tenuto conto di questa valida  considerazione; non ne ha tenuto conto il Torelli(1997; infatti, come abbiamo visto nella piantina allegata  al suo libro, identifica Spina col tesoro X, forse il Torelli non ritiene sufficientemente sicura la testimonianza di Polemone; effettivamente  la parola “Spinati”  da Polemone  riportata,  potrebbe voler dire “Spineti”, ma potrebbe anche significare  una cosa diversa. Aggiunge il Briquel (1988) che al riguardo vi è comunque anche la testimonianza di Strabone, cioè la lettura della iscrizione nel tesoro degli Spineti  una lettura fatta al “presente” cioè quando detto tesoro era ancora  ben visibile. Perciò quasi sicuramente  si tratta di quello di Cere. Per quanto riguarda il IX e il XII, si può solo dire che uno di questi “dovrebbe “ essere quello di Spina, ma solo grazie a nuove scoperte archeologiche sarà possibile dire qualcosa di più.

Abbiamo già accennato al “percorso”  che Pausania effettuò nel santuario Delfico e che vari studiosi hanno usato per l’identificazione di alcuni tesori.  Purtroppo  in qualche caso  sono stati, portati “fuoristrada”; per esempio il Pomtow, tenendo per buona l’indicazione che  aveva avuto da Pausania, aveva erroneamente  attribuito ai Cnidi  il tesoro XII. Altrettanto è accaduto all’autore della voce “Delfi” nella Enciclopedia Treccani, questi, seguendo Pausania, propone anche lui Cnidi al tesoro XII  e, conseguentemente, attribuisce a questo tesoro l’appartenenza di interessanti reperti archeologici, in loco trovati, fra cui  le famose Cariatidi. Purtroppo, al riguardo dell’effettivo tragitto di Pausania, vi sono più versioni, (Arias 1945 pag 44) e non è ancora chiara quale sia la giusta. Il già citato Pomtow  è del parere che Pausania abbia ricordato vari tesori, per esempio quello dei Potidei, senza averli effettivamente visti. Rintracciare l’esatto percorso di Pausania significa anche conoscere  quali piccole strade, oltre alla via sacra, erano alla sua epoca  frequentate; probabilmente queste ultime erano le più antiche, non a caso confluivano verso l’antica porta. Probabilmente ai lati di queste strade furono costruiti vari tesori, come per esempio  i “nostri” e questo può forse spiegare l’anomalo orientamento del XII, messo in evidenza dal Briquel (1988).

 

CHI HA ERETTO QUESTO TESORO?

Se facciamo il “punto”  a cui siamo arrivati con le nostre ricerche, dobbiamo constatare che disponiamo di una sola certezza: gli abitanti di Spina hanno eretto un tesoro  a Delfi! Non sappiamo esattamente quale sia; non sappiamo se questi abitanti erano Greci oppure Etruschi; non sappiamo in che epoca lo hanno eretto; non sappiamo da  chi successivamente sia stato gestito; non sappiamo in occasione di quale avvenimento sia stato eretto.

Purtroppo, nonostante che al riguardo di questi quesiti, si possa disporre anche dei “pareri” degli scrittori italiani, non è possibile dare risposte sicure. Passare in rassegna ciò che è stato detto al riguardo della Grecità e della etruschicità di Spina è il primo passo che occorre fare per approfondire l’argomento. Per tutti gli scrittori antichi, Spina  era una “polis Hellenis”, cioè una città Greca. Per la stragrande maggioranza dei scrittori moderni, Spina era una città Etrusca. Come mai questo contrasto così netto?La ragione può essere una sola; gli antichi probabilmente parlavano della Spina “Pelasga”, cioè quella che all’epoca della guerra di Troia  fu fondata nel ramo del Po detto Spinete; gli scrittori moderni  parlano della Spina che è venuta alla luce nel secolo scorso  e che dai reperti, risulta essere stata abitata dal V al III  secolo a.C.

Sembra strano, ma hanno ragione entrambi, infatti, parlano di due “cose “diverse. Nonostante questa precisazione, il “problema” merita di essere   approfondito, perciò ridiamo uno sguardo alle testimonianze antiche. Per i già ricordati  Strabone, Ps Scilace e Giustino, Spina era Greca. Plinio( III 16) la dice” Spina fondata da Diomede,” perciò anche per lui era Greca, Dionisio di Alicarnasso  la dice fondata dai “Pelasgi” perciò Greca. Abbiamo già detto che nessuno scrittore antico ricorda una Spina” Etrusca”. Non dobbiamo pensare che questo sia dovuto al fatto che all’epoca non si pensava alla possibile esistenza  nella Padania  di qualche città Etrusca, infatti  sono dagli antichi ricordate e dette Etrusche  le città di Felsina (Plinio III,115); Adria (Livio V,33); Mantova (Servio Aeneide X,200) e Melpum (Cornelio Nepote in Plinio III,21).

A questo punto, occorre chiederci  se il tesoro a Delfi lo hanno eretto i Greci o gli Etruschi. Prima di cercare di dare una possibile risposta, occorre mettere in risalto due “aspetti” di una certa importanza, I°: a quanto pare in tutti i santuari Greci vigeva un  regolamento  che impediva alle città non Greche di erigere un tesoro nell’interno del recinto sacro. Spina e Cere, che non sono mai state colonie,  sono le due sole eccezioni. II°: nelle gare “ufficiali”, cioè Olimpiadi o Pitiche  potevano partecipare solamente gli abitanti delle città Greche. Per Erodoto (V,22), nessun “barbaro” ha mai messo piede nelle arene in occasione, di tali gare.  Commissioni opportunamente indette avevano l’incarico di  controllare il rispetto di queste  pratiche. Per essere più chiari: chiunque poteva fare doni;  per esempio,  i reggenti di Roma, al seguito della presa di Veio, vollero fare un dono al dio Apollo, ma dovettero metterlo, per testimonianza di  Diodoro e di Appiano,(Settis1968 pag 361) nel tesoro di Marsiglia.Non mancano anche  presenze di atleti  di città non greche, come per esempio  quello  ucciso dal Greco Telemacos, in una gara di lotta, ma come è noto, non si trattava di una gara ufficiale. Polibio mette giustamente  in evidenza che  quando i Romani, dopo aver conquistato la Grecia, parteciparono alle Olimpiadi, fu considerata una novità. Oltre a questi non secondari  aspetti, se ne può riportare un altro non meno importante: i reperti trovati nel “presumibile” tesoro di Spina sono molto più antichi della Spina “etrusca”, o perlomeno all’epoca di tali reperti(VI secolo a.C), la Spina “Etrusca” non poteva assolutamente  aver già raggiunto uno sviluppo da permettersi  tale erezione. La non possibilità  di erigere tesori, se non  essendo città greche, e reperti  più antichi della Spina stessa, creano problemi non facilmente superabili agli studiosi moderni, che,  come abbiamo detto, sono tutti concordi  nel  ritenere che il tesoro a  Delfi, sia stato eretto dalla Spina “Etrusca”.

Questi studiosi, nel corso delle loro ricerche riguardanti le vicende Spinetiche, si sono limitati a cercare la provenienza delle decime, che periodicamente  si dovevano mandare a Delfi. Per qualcuno potevano essere proventi da attività commerciali, per altri proventi da atti di pirateria, per altri ancora proventi da“pulizia dei mari”,  ma non hanno approfondito, come forse invece  ce ne sarebbe stato tanto bisogno, il problema del “chi” avesse eretto il tesoro. Anni fà, alcuni scrittori, fra cui  il Braccesi (1977 pag 151), avevano  ventilato la proposta, che  l’erezione del tesoro a Delfi, fosse opera della forte, ma sempre minoritaria, componente greca  della Spina Etrusca, ebbene, ultimamente a questa  ipotesi, non crede più nessuno.   Quello che sorprende, da quello che mi risulta, è  che nessuno  studioso ha  messo in discussione la città”offerente”, per tutti e senza alcun dubbio,  questa può essere solo la Spina Etrusca!Vediamo se ci sono delle ragioni che possono spiegare questo unanime convincimento:  vado a “ tasto” in quanto  dai loro scritti non sono riuscito a capirlo:  probabilmente una delle ragioni può essere questa: non si è mai creduto che  la Spina “Pelasga” potesse avere  raggiunto una tale floridezza che le permettesse di poter erigere un tesoro in quanto, fino al IV secolo a.C, la frequentazione in Adriatico era solo di passaggio e perciò non vi sarebbero stati insediamenti stabili, né di Spina né di altre città. Se questa è una ragione significa che non si  sono tenute nel debito conto le testimonianze antiche, che invece dicono ben altro. Per esempio; oltre a quelle che abbiamo già visto, occorre  aggiungere quella di Diodoro Siculo (XIV,113,) dice questi che nella pianura Padana, vi erano 12 città fondate dai Pelasgi,preesistenti di ben 7 secoli alla dominazione Etrusca.

Come è noto era “usanza” dei Pelasgi costruire delle dedecapoli, infatti così fecero anche nella Ionia, nel Peloponneso e nella Etruria storica . Perciò, che degli insediamenti stabili  ve ne fossero già da molto tempo, lo si apprende anche dalle scoperte archeologiche. Oppure la ragione è un’altra: a Delfi sono state trovate delle iscrizioni “Etrusche” e dei reperti “Etruschi” che confermerebbero  i   buoni rapporti esistenti fra la Delfi greca e le ’Etrusche” Spina e Cere, rapporti  che avrebbero permesso  l’erezione dei tesori. Vediamo se veramente, alla luce di queste  testimonianze archeologiche, i tesori di Spina e di Cere possono essere, senza qualche dubbio, addebitati agli Etruschi . Iniziamo con le iscrizioni; due sono quelle  più volte ricordate dagli studiosi. Una è il famoso “Cippo dei Tirreni”, l’altra è la non meno nota dei “Tessali di Farsala”. 
Vediamo se queste  possono testimoniare  “sicuri”  contatti fra  Delfi e gli Etruschi. Il  Briquel (1988 pag 150-161) , incaricato nel corso di quella conferenza,  di “segnalare” eventuali  contatti fra Greci ed Etruschi, dopo aver passato in rassegna queste due iscrizioni, mette in evidenza che per la questione che si sta trattando, è “difficile  trarne elementi sicuri”.
Non diversamente si esprime al riguardo dei reperti archeologici  trovati  nel santuario di Delfi, dice infatti “che attualmente è molto difficile  utilizzare il dato fornito  dall’indubbia presenza  di oggetti Etruschi a Delfi in epoca  “alta””e conseguentemente  mette in discussione tali rapporti. Il Briquel dice reperti di“epoca alta” in quanto effettivamente si tratta di materiale   cronologicamente anteriore a quello di cui parlano i testi letterari, infatti, dando uno sguardo all’elenco fattone dal Gras (op. c pag 667-668), si constata che come minimo risalgono al VII secolo a.C. Giustamente dice il Herrmann (1983) che questi reperti  dimostrano  solamente contatti” precoloniali” con l’occidente, perciò in una epoca  che non corrisponde  all’esistenza della Spina e della Cere Etrusche. 

Il Magnani  (1993 pag 80), in un articolo  riguardante i contatti fra Delfi e gli Etruschi, porta anche come  “prova”  l’ambasciata che Tarquinio il Superbo avrebbe mandato a Delfi, ma per il Dumesil (1977 pag 384) sarebbe una leggenda.

Tutto questo ci dice  che anche dalle testimonianze archeologiche e dalle iscrizioni, non è possibile attribuire  agli Etruschi  l’erezione dei due tesori. Occorre anche mettere in evidenza un particolare; per far sì che tali iscrizioni  siano credibili occorrerebbe che i “Tirreni”  ricordati corrispondano sempre e solo ad “Etruschi”italiani”, ma, come è noto a tutti, nelle antiche testimonianze, il termine  “Tirreni”, si riferiva a due popoli, uno in Italia e l’altro in Egeo. 
Non solo: nelle antiche testimonianze,“Tirreni” non sempre significava “Etruschi”, spesso significava invece “Pelasgi”. Vediamole; Ellanico di Mitilene (Dion Alic I,23) dice che i Pelasgi  fondatori di Spina, iniziarono a chiamarsi  “Tirreni”, solo dopo essere arrivati in Italia. Per Mirsilo di Lesbo(Dion Alic I,23) i Pelasgi iniziarono a chiamarsi “Tirreni” solo quando ritornarono in Grecia. 
Indipendentemente da chi ha ragione, la sostanza non cambia. L’equivalenza “Pelasgi”=”Tirreni” risulta pure testimoniata da altri scrittori antichi;Tucidide (IV,109), Anticlide apud Strabone (V,2), Sofocle apud Dion Alic (1,28), Callimaco (framm Ossirinico, ed  altri. Interessante per le nostre zone è pure la testimonianza che al riguardo  ha portato Diodoro Siculo,(XIV 113); dice questi che gli “Etruschi” cacciati dai Galli  dalla valle Padana, erano di fatto i discendenti dei Pelasgi a suo tempo  arrivati dalla Tessaglia. Perciò, nonostante che questi ultimi, come abbiamo visto, fossero dagli antichi nominati “Etruschi”, di fatto erano Pelasgi.

Che i “Tirreni” erano detti “Pelasgi” e viceversa, si deduce anche dalle testimonianze del più “Tirrenico” degli autori antichi, cioè Erodoto. Questi in verità ha sempre tenuto  distinto  i “Pelasgi” dai “Tirreni”, ma se analizziamo bene  i suoi racconti, ci renderemo  facilmente conto che sta parlando sempre dello stesso popolo. Infatti come dice Plutarco (Rom II,3 che) ”i Tirreni ricorda Erodoto sono di fatto i Pelasgi”.

L’unico degli autori antichi, che tiene ben distinto i Tirreni dai Pelasgi, e non lascia intendere diversamente, è Dionisio di Alicarnasso, ma, come  tutti gli studiosi sanno, questi, avendo bisogno di dimostrare la “Grecità” dei soli Romani, dovette smantellare  la teoria Pelasgi=Tirreni e dire che gli Etruschi erano autòctoni.   Al punto in cui siamo arrivati occorre  onestamente prendere atto che ci troviamo in un  “impasse” e che per uscirne occorre prendere in seria considerazione la possibilità che il tesoro degli “Spineti” a Delfi  sia stato eretto dai  suoi primitivi fondatori, cioè dai “Pelasgi”. Vediamo perciò se ci sono antiche testimonianze che ricordino  rapporti fra “Pelasgi” e Delfi, e se vi siano stati avvenimenti che abbiano creato le premesse per l’erezione  di un tesoro.

Alcune di queste testimonianze  esistono. Passiamole in rassegna  ed analizziamole.

Abbiamo già accennato alle testimonianze di Dionigi di Alicarnasso e di Ellanico di Mitilene, (1-18 e 1-28) ma è bene riportarne ancora una volta il contenuto: un popolo di ”Pelasgi”partiti da Argo in Tessaglia, ma provenienti da Argo del Peloponneso, guidati da Nanas, seguendo i consigli dell’oracolo di Dodona, approdano alle foci del Po e risalgono  un ramo detto Spinete. Una parte di loro fonda Spina, gli altri proseguendo  arrivano a Cortona  e più tardi occupano un territorio detto successivamente Tirrenia.  Non è chiaro a quale epoca risalga  questa migrazione“Pelasga”, ma considerato che per testimonianza di Tzetze(Licofrone Alex 1244) ), il Nanas sarebbe Ulisse, deve essere avvenuta nel periodo della guerra di Troia, perciò all’inizio del dodicesimo secolo a.C. Un arrivo di Pelasgi nei pressi delle foci padane è pure testimoniato dallo Ps Aristotele (80).

 Mirsilo di Lesbo, riportato da Dionisio di Alicarnasso(I-23) dice che questi “Pelasgi”, dopo aver vissuto in Italia un lungo periodo di prosperità, vengono fatti segno di sventure, (nascite deformi, frequenti siccità ecc), decidono perciò di rivolgersi all’oracolo di Apollo, per chiedere la ragione di queste disavventure ed che fare  per arrestarle. La risposta oracolare che ricevono  è che non avendo mantenute le promesse a suo tempo fatte a Zeus, ai Cabiri di Samotracia e ad Apollo, di dare la decima dei prodotti, sarebbero per questo stati puniti e che per porre termine a tali sventure occorreva dare ad Apollo  le decime anche dei nati. Al seguito di questa sentenza e dei litigi che ne seguirono, molti di questi “Pelasgi” ritornarono in Grecia. Da questa testimonianza apprendiamo  cose molto interessanti: questi Pelasgi prima di arrivare in Italia, si erano rivolti a Dodona, perciò a Zeus; ai Cabiri di Samotracia,( dice  Diodoro Siculo( V,47) che in quell’isola tale culto fu portato da Dardano, mentre invece per Erodoto (II,51) sarebbe stato portato dagli stessi Pelasgi,) e che per ben due volte si erano rivolti ad Apollo, che per il Gabba( 1975 pag 40) era ilDelfico). Questo perciò significa che questi Pelasgi  sono “portatori” di questi culti in Italia. (Licofrone (Alex 1240) è invece del parere che  il culto dei Cabiri sia stato portato in Italia  da Enea). Ma la testimonianza di Mirsilo è importante  per un altro aspetto; il ritorno dei Pelasgi in Grecia, un ritorno ricordato anche da Pausania (I 38) e per ben due volte testimoniato da  Strabone; partiti da Regisvilla ( V,2) e da Ravenna(V,214), un ritorno che può aver favorito o creato le premesse per l’erezione dei tesori.

Gli avvenimenti appena ricordati; Pelasgi = Tessali arrivati in Italia, Tessali che ritornano in Grecia, Pelasgi che si rivolgono all’oracolo Delfico, sono testimoniati anche da altri autori antichi; Erodoto(VI-139), Strabone (V-226)Licofrone, (Alex 1357) Ferecide(apud Dion Alic 1-13), Anticlide (apud StraboneV-2), PS Scimmo (vv 227), Apollonio Rodio (I-18), Diodoro Siculo (XIV- 113), e l’elenco sarebbe lunghissimo.

In queste ultime testimonianze, a volte si parla di Pelasgi, altre volte si parla di Tessali, si può pensare che contengono delle contraddizioni e che si annullano a vicenda. Non è così, seppur con parole diverse, dicono tutte le stesse cose. Per esempio; Strabone, identifica  i Pelasgi con i Tessali, infatti dice Ravenna fondazione Tessala (StraboneV,214). Altrettanto  dice Zosimo(V, 27).  Alla luce di queste testimonianze, non si può affatto escludere che il tesoro degli “Spineti” sia stato eretto dai “Pelasgi”, (i vari ritorni hanno creato le premesse per farlo), e  che successivamente  questo tesoro sia stato gestito  dalla numerosa componente Greca della  Spina Etrusca.

I rapporti fra Pelasgi Italiani e Delfi, o rapporti fra popolazioni Italiane  e detto santuario in epoca precoloniale, sono confermati  come già detto dalla archeologia;( i reperti“Villanoviani” del Hermann 1983). Di questi rapporti precoloniali ne è convinto pure il Cassola(1975 pag 95).

Occorre precisare che molti studiosi moderni, nel tentativo di dimostrare l’erezione dei tesori da parte delle città “ Etrusche  di Spina e Cere”, affermano che  ciò sarebbe stato possibile grazie alle loro “tradizioni Pelasgiche”. Il significato di questa frase  non è chiara, significa forse che le città fondate dai Pelasgi, poi diventate Etrusche, potevano erigere tesori nei vari santuari Greci? Dovremmo allora chiederci la ragione per la quale fra le tante  città che potevano vantare  tale fondazione, solo Spina e Cere ne hanno “approfittato”! Oppure “tradizione Pelasgica”significa altra cosa? Purtroppo  questo concetto non è stato dagli studiosi  ben chiarito. 

 

ULTERIORI POSSIBILI COLLEGAMENTI  FRA DELFI ED IL TERRITORIO SPINETICO.

Considerata la poca credibilità di una eventuale erezione del tesoro da parte della Spina Etrusca,(reperti più antichi della città, iscrizioni“etrusche” molto dubbie, regolamento che impediva l’erezione di tesori alle città non Greche ecc,  e considerato che è difficile dimostrare  una “ sicura “ erezione “Pelasga”, sarà bene passare in rassegna le testimonianze storiche antiche  per vedere se tale erezione può essere opera di altre popolazioni. Tralascio di approfondire  le vicende “Adriatiche”  delle popolazioni che risultano operanti  nel corso della cosi detta “età del mezzo”(VII-X secolo a.C.), cioè Egineti, Corinzi, Focei, Rodii, Sami, Cnidi, ecc, anche se non si può escludere  un loro apporto a detta erezione. Intendo invece  passare in rassegna    i numerosi “indizi di frequentazione”  di popoli che avrebbero operato  nelle zone “Spinetiche”  a “cavallo “della guerra di Troia.  Mi rendo perfettamente conto che queste  testimonianze, più che storiche sono mitologiche e che perciò è estremamente difficile distinguere ciò che può essere veramente accaduto, da ciò che è un avvenimento leggendario, ma essendo anche vero che  i “problemi” che stiamo affrontando  sono ben lontani dall’ essere risolti, si rende necessario  indagare su tutti i “fronti”, con la speranza  di trovare qualcosa che possa fare un po’ di “luce”in un “buio” quasi totale. Molti sono  gli “indizi di frequentazione”che possono dimostrare probabili collegamenti  fra Delfi   e Spina. Abbiamo  già messo in evidenza i “Pelasgi Tessali Tirreni”, a questi si può aggiungere gli Argonauti, gli Iperborei, i “Siculi Liguri Lelegi”, Dedalo ed Icaro, i Dioscuri, i Micenei  e naturalmente i personaggi collegati alle vicende “Omeriche” cioè ;Circe, Ulisse, Enea, Antenore e Diomede.Tutti questi “indizi” saranno presi in considerazione, mentre invece per  gli “Omerici”  sarà fatto solo un breve accenno in quanto, le vicende di questi Eroi, in particolare di Odisseo e di Enea, sono  già state oggetto di  mie recenti ricerche (Sgubbi 2000).

 

GLI IPERBOREI

Abbiamo già detto che Apollo si assentava da Delfi per tre mesi all’anno e si trasferiva nel paese degli Iperborei , ove aveva un giardino (Delcourt1955).

Difficile dire  dove esattamente si trovava questo  popolo. Le località testimoniate dagli storici antichi sono molto indeterminate; per Damaste (Jacoby Fgr  h I ) e per Pindaro (Pitiche X 29), si trovavano “al di là  dove soffia il vento di Borea”, sempre Pindaro aggiunge “che è difficile trovare la strada sia per terra che per mare per andare nelle terre degli Iperborei”; per le Argonautiche Orfeiche (1080) questo popolo si trovava in un non precisato “mare settentrionale”; per la stragrande maggioranza dei  Greci questo popolo si trovava “ove spariva il sole”,  perciò a Nord Ovest.

Non si poteva comunque trovare molto a Nord, in quanto nelle sue terre veniva coltivato sia il grano che  l’ulivo. Considerato che vi si recava Apollo nei mesi invernali, si potrebbe pensare che si trovava a sud della Grecia, ma c’è chi dice   che questi andava dal “suo” popolo per portarvi l’estate. Non mancano testimonianze antiche  che localizzano  geograficamente questo popolo. Per Posidonio di Apamea, riportato da Apollonio Rodio (II,675), si trovava  nelle Alpi; per  Esiodo (framm 150) nei pressi dell  Po, altrettanto lascia intendere Apollodoro (II,5). Numerose sono le testimonianze antiche  ove gli Iperborei  risultano identificati    con popoli storici; per Eraclide Pontico, (Plutarco vita di Cam 22) erano i Celti. Stefano bizantino dice che i Tarquinati erano Iperborei, per Servio (Aen 10) la città di Pisa sarebbe stata fondata da Piso re degli Iperborei, per Filostefano, riportato  da Pindaro (Olimpiche 3,58), il popolo Iperboreo avrebbe preso tale nome da un Tessalo di nome  Iperboreo. Dice il Capovilla (1968 pag 169) che per alcuni questo popolo era identificato con i Liguri. L’elenco potrebbe continuare, basti sapere che spesso questo popolo era  identificato con   popolazioni  provenienti dalla Tessaglia e arrivate nelle nostre zone su consiglio di Apollo. Sia Erodoto (IV 33), che Pausania(1,31), che Callimaco, (inno a Delo 275)  riportano  le “tappe” effettuate dai portatori dei doni“Iperborei”destinati al santuario Apollineo di Delo; doni in onore di Artemide, sorella di Apollo(.Erodoto IV 34).

Il resoconto più interessante e dettagliato  di tale tragitto è sicuramente quello di Erodoto, anche perché, dice egli stesso, che ha effettuato personali ricerche al riguardo di questo popolo in tutte le parti del mondo al suo  tempo conosciuto.

Vediamo questo tragitto; dopo agli Sciti, questi portatori di doni facevano tappa in Adriatico.Per qualcuno  si trattava nelle Elettridi, (isole sacre ad Artemide che si trovavano  alla foce del Po), per altri a Caput Adria, Briquel (1994 pag 189), poi proseguendo verso Sud, arrivavano presso i Dodonei (abitanti di Dodona),  e  dopo aver attraversato il golfo Maliaco, arrivavano  all’isola di Delo.

Alcuni degli studiosi moderni che si sono interessati di questo tragitto, si sono chiesti invano la ragione della  “tappa “ a Dodona, infatti significava  un inutile ed inspiegabile allungamento del tragitto . Forse  la risposta esiste;  le Dodone erano due, una era in Epiro e una era in Tessaglia, la attuale Bebula (Capovilla 1958 pag 193) e, aggiunge  il Capovilla, (1960 pag 25)  quest’ ultima  è di origine  Lelegica, e, vedremo più avanti, di che popolazione si tratta . Perciò se  la tappa Iperborea era effettuata nella Dodona  Tessalica e non in quella Epirotica, le perplessità cadrebbero da sole, anzi tale tappa spiegherebbe  meglio il tragitto  testimoniato da Callimaco. Ma la Dodona Iperborea era Epirotica o Tessalica? Difficile dare una risposta sicura; Erodoto non lo precisa, ma ci fa conoscere un particolare importante, infatti dice che il primo  popolo “ Greco” che i doni toccano   dopo  la tappa Adriatica, sono   i Dodonei; ebbene come è noto l’Epiro  non era considerata Grecia,(Sordi 1996 pag 107), mentre invece lo era a tutti gli effetti la Tessaglia, perciò vi sono buone ragioni per ritenere Tessalica la Dodona da lui ricordata. Di questo parere lo è anche la Scuccimarra (1990 pag 81). L’esistenza di una Dodona Tessalica  è documentata nell’Odissea  XIV 327 e ricordata pure da Apollodoro (244). Epirotica era molto probabilmente quella al cui oracolo si rivolsero i Pelasgi fondatori di Spina, anche se pure in questo  caso vi possono essere dei seri dubbi. Che Dodona fosse il fulcro  dell’espansione pelasga, non vi sono dubbi, lo dice Strabone (VII,7) ed Esiodo (apud Strabone VII327), ma da loro non viene specificato di quale Dodona si parli.

Ben difficilmente era  Epirotica la Dodona, ove Atena  aveva preso una trave  di quercia, da lei  poi messa nella nave Argo, cioè nella nave usata dagli Argonauti  per andare alla conquista del Vello d’oro (Apollonio Rodio I,526), è opinione diffusa che  questi, prima di andare nella Colchide, fossero passati da Dodona, ma da Erodoto (IV 179), si apprende invece che costeggiarono tutto il Peloponneso in quanto volevano andare a Delfi, dove infatti , come dice Apollonio Rodio (IV 529), arrivarono e ricevettero da Apollo due tripodi. Non è infatti una novità che l’impresa degli Argonauti fu consigliata da Apollo. Non è neanche chiaro a quale Dodona si sarebbe rivolto  Enea per chiedere consigli; Dionisio di Alicarnasso (1,51) dice Dodona, ma c’è chi propone Delo (Carratelli 1992 pag 401-410), infatti nella Eneide (3,96), è scritto che Enea  ed i Troiani, dopo la distruzione di Troia,interrogano l’Apollo di Delo per cercare una nuova patria e che l’oracolo  consiglia l’Italia in quanto era la loro “antica terra”. L’esistenza delle due Dodone, la Tessalica più antica della Epirotica, serve a fare un po’ di luce sui molti punti oscuri  che costellano i temi ora trattati.

Non mancano collegamenti diretti Apollo –zone alto Adriatiche, come per esempio i numerosi santuari Apollinei . Anche se vogliamo escludere quelli di Adria(Colonna 1974 pag 8), e quello di Spina (Colonna1993 pag 135), che potrebbero  essere considerati del periodo Etrusco, ricorderemo  il Fons Aponi di Abano, questo Aponi corrisponde ad Apollo;altrettanto potrebbe essere   il ..PONI scritto in una  mutila iscrizione rinvenuta  a Bagnacavallo; dice il Susini(1985 pag 9-17) che  esiste un collegamento fra Aponi di Abano e quest’ultimo  santuario. Dobbiamo pure  aggiungere i collegamenti  della sorella di Apollo Artemide, con le nostre zone; come è noto  a Delfi vi  era un tempio a lei dedicato, come pure ve ne  era  uno in alto Adriatico, ricordato da Strabone,(V,I) e dallo Ps Aristotele (105). Abbiamo già accennato alle isole Elettride, isole a lei sacre,  che erano  qui ambientate, come  pure erano qui ambientate le  isole Melagridi, anche queste a lei sacre,che hanno dato il nome alle galline faraone (Mastrocinque 1991 pag 30 ). Essendo in tema Artemide, non possiamo non ricordare i  due santuari  del territorio lughese dedicati a Diana , una dea che come è noto , corrisponde a lei. (Non dimentichiamoci  che la Via Lunga, la strada antichissima già ricordata, attraversa il lughese, perciò non sarebbe una sorpresa se in tale area  venisse trovata la Spina “Pelasga”). Così pure corrisponde a lei la Feronia venerata a Bagnacavallo.  Essendo ancora nel tema “Apollo”, dobbiamo ricordare le vicende del suo figlio Fetonte che col carro del sole cadde nel Po. Come pure, che la città istriana di Pola avrebbe preso tale nome da lui. Non si può non ammettere che sono molti i  collegamenti delle nostre zone con l’Apollo di Delfi.

 

LIGURI SICULI LELEGI

Lelegi- Ligi sono ricordati da Erodoto (1,171 e V11,172) come popolazione al suo tempo esistente in Grecia. Esistenti in Tessaglia coi nomi Ligyes, Ligynaioi, Lilegi, sono ricordati da Strabone (XII,543, )da Tucidide( VI,2), da Ps Scimmo (941), da Stefano Bizantino e da Aristotele in Macrobio( sat 1,7.)Per il Berve (1966 pag 33), i Lelegi erano Pelasgi, altrettanto dice lo Ps Scimmo (Bardetti 1769 pag 57).

Quello che a noi interessa è che questi Lelegi corrispondono ai Liguri; lo dicono sia Eustazio che Tzetze in Licofrone (Sbordone 1941 pag 92),  precisando che l’eponimo dei Liguri si chiamava Ligyes, come  pure corrispondono agli Aborigini (Capovilla 1958 pag 201), come pure corrispondono agli Ambrontas (Ps Scimmo  941). Ancor più interessante è il constatare che a loro volta i Liguri e  Siculi sono  la stessa popolazione; lo sappiamo da Varrone e da Catone (Capovilla1955pag 33), da Diodoro Siculo (V,6) e da Festo (424). Filisto , in Dionisio di Alicarnasso (1,22), ci fa sapere che 80 anni prima della guerra di Troia, Liguri e Siculi  arrivarono in Sicilia, ma che per un certo periodo avevano abitato sulle coste alto Adriatiche. Non a caso Plinio( III,13) dice” Numana a Siculis condita” e Solino(2,1,10),  aggiunge, che questi avevano fondato  Ancona. Grazie a questi Siculi il culto di Gerione da Abano Terme  sarebbe arrivato in Sicilia (Susini 1985 pag 9-17). Sappiamo  inoltre da Eudosso, che Adrio,  un discendente dei Siculi,  avrebbe fondato Adria (Mastrocinque1990 pag 49). Siculi sarebbero anche, secondo Pausania (I,28), quei Pelasgi che costruirono il famoso muro di Atene, che a loro volta corrispondono a quei“Tirreni”, che per Strabone(V,2) erano partiti dalla cittadina italiana di Regisvilla. Pelasgi e Liguri sarebbero dunque la stessa popolazione; infatti sono antropologicamente identici. Pure gli  Euganei sarebbero Liguri (Pais 1916 pag 103. Il Conero avrebbe preso tale nome da Cunaro, il condottiero dei Liguri che secondo Virgilio (Servio Eneide X 186), avrebbe aiutato Enea nella guerra contro Turno. Vi sono buone ragioni per ritenere che   questi Lelegi Liguri Siculi siano una sola popolazione, che in antico abitava  nel Caucaso, successivamente irradiata  verso l’Anatolia, verso la Grecia e verso l’Italia, cioè  per la  famosa “Legge delle tre penisole” tanto cara al Ferri ed al Capovilla, e che successivamente, con i suddetti  o con altri nomi possono essersi di nuovo incontrati. Gli esempi al riguardo non mancano; Enea venne in Italia per incontrare i suoi avi Dardani, (Braccesi 1994 pag 53), i coloni Greci che colonizzarono la Sicilia furono sorpresi nel  constatare che le popolazioni  già lì stanziate, conoscevano la loro lingua, adoravano i loro dei, conoscevano le leggende dei loro eroi, altrettanto è capitato a quelli che arrivarono in Sardegna. Quando il console romano Mario nel 101 a.C. affrontò nei pressi di Ferrara i Cimbri, che erano pure detti Ambrontas, rimase  sorpreso  nel constatare, lo riferisce Plutarco, (vita di Mario 19) che l’urlo  dei Liguri e dei Cimbri era identico e, guarda caso, il capo di questi ultimi si chiamava Ligias. Questi avvenimenti  e tanti altri che si potrebbero riportare, dimostrano che questi popoli provenivano  dalla stessa zona.

 

I MICENEI

La presenza micenea in alto Adriatico è documentatissima. Sarebbe lungo l’elenco dei frammenti ceramici  e dell’ambra “tipo Tirinto” venuti alla luce  in “zona”; Torcello, Nezanzio, Montagnana, Pizzughi, fondo Paviani e per tutti, Frattesina Terme. Queste presenze dimostrano in modo inequivocabile  l’esistenza in queste zone  di traffici Micenei. Non solo, quasi sicuramente i Micenei  hanno usato la foce padana per irradiarsi verso  alcune zone Tirreniche, per esempio a Luni sul Mignone, come giustamente aveva previsto l’Oestenberg (1967 pag 246). Ma vi sono andati  usando  tragitti tracciati sulle vette delle montagne, come era loro usanza; non a caso in una cima, in prossimità di Monte Battaglia(valle del Senio), è stata rinvenuta l’ambra “Tipo Tirinto”(Catarsi cit,). Il Mastrocinque ripete spesso che elementi Protovillanoviani ed elementi Micenei sono spesso indivisibili. Essendo in tema “popoli”, non possiamo non citare i Sabini; (”Plinio  Ravenna Sabinorum Oppida); i Liburni, gli Umbri (dei Budrio, villaggi da loro costruiti, ne sono stati contati ben 48 solo in Romagna); i Latini, e gli Illiri. Illirico è il primitivo nome di Bagnacavallo, cioè Gabellum. Si tratta di popoli che risultano ben presenti in queste zone e  ci sarebbe molto da dire al riguardo della loro provenienza.

 

GLI ARGONAUTI

Per Argonauti si intende un gruppo di eroi greci partiti da Iolco in Tessaglia, destinazione Colchide (mar Nero), scopo, conquista del “Vello d’oro”.

Non è chiaro cosa in antico si intendesse per “vello d’oro”; per il mito era la pelle dell’ariete alato che Zeus   avrebbe mandato per  salvare Frisso ed Elle  da un sacrificio. Dagli antichi era generalmente considerato  un simbolo di  dignità reale e di sovranità. Per  Isodoro (Orig libro III) e  Igino (Fab CXXXIII), era  la pelle del montone  nato da Nettuno, per Tzetze,(Licofrone 562) ed Apollodoro(libro I), era invece  il montone di Mercurio; aggiunge Simonide,(Apoll Rodio libro IV), che era di colore porpureo, per Giovenale era d’oro, altrettanto per Pindaro.Che questo montone  avesse fatto il viaggio  dalla Grecia  in Colchide volando per aria, lo dicono Apollodoro,(libro I) Omero,(Iliade  libro VIII),  Luciano(Dialoghi), Nonno(libro X),  Filostrato (Icon Glauc)e Sant’Agostino (De civit dei libro XVIII). Che ci sia andato invece  a nuoto, ne sono convinti  Manilio ed Ovidio. Per la stragrande maggioranza degli antichi scrittori era una “pelle”, per Diodoro Siculo(libro III), confermando Palefato, era invece il tesoriere di Atamante che portava con sé una statua d’oro; per Seneca (Medea), era un libro in cui era scritto come tramutare in oro ogni metallo; per Eustazio, era l’oro che i Colchi avevano raccolto con le pelli di animali, per Newton(Chronologie 104)  lo scopo della spedizione Argonautica  non era un “vello” ma il tentativo di convincere le popolazioni del Mar Nero a ribellarsi allo strapotere degli Egiziani.  Per arrivare a destinazione, gli Argonauti  fanno tappa a Lemmo, Samotracia, passano il Bosforo, costeggiano  le rive orientali del Mar Nero e dopo alterne vicende  conquistano il “vello d’oro”. Questo, salvo pochissime eccezioni, è il percorso dell’andata che ci hanno tramandato gli scrittori antichi. Ben diverse sono invece le testimonianze antiche al riguardo del viaggio di ritorno.Per Apollonio Rodio,(IV 259) e per Pompeo Trogo(Justin XXXII 3,14), sarebbe  fiume Danubio, fiume Risano, mare Adriatico, fiume Po, fiume Rodano, Mar Tirreno, Tessaglia.

Per Timeo (FGH66), fiume Don, mar Baltico,  oceano Atlantico, stretto di Gibilterra, mar Mediterraneo, mar Tirreno,Tessaglia. Per Esiodo(framm 64), Ecateo(FGH1) e Pindaro(Pitiche V 251), fiume Fasi, oceano Indiano,  mar Rosso, mar Mediterraneo, Tessaglia.Per Euripide(Medea 431) e  Callimaco, il tragitto del ritorno sarebbe stato identico a quello dell’andata. Da una delle più antiche  leggende che descrivono questo viaggio, la così detta “Leggenda Minia”,  apprendiamo, diversamente da quasi tutti gli altri commentatori antichi, che  l’itinerario dell’andata non avrebbe interessato le sponde del mar Nero, ma le sponde dell’Adriatico (Sgubbi 1999), conseguentemente  gli unici riferimenti geografici  concordanti fra i vari racconti, sarebbero il Po e le isole Elettridi, ma con una sostanziale differenza: per la leggenda “Minia”riguardano il viaggio di andata e quello del ritorno, per tutti gli altri racconti riguardano  solo il viaggio del ritorno. Per la leggenda “Minia”, la destinazione degli Argonauti  non era la Colchide, ma la “Colicaria”(Graves1983 pag 732), zona della bassa mantovana ricordata nell’Itinerario Antonini. Questa  “Colicaria” ha ricevuto tale nome dai Liguri-Ligyes, che a sua volta avevano dato il nome alla Colchide, cioè alla località da loro abitata in tempi remotissimi. Il  fiume che risalirono  non era il Fasi, ma il Po; scopo della spedizione non era  una pelle di montone, ma l’ambra, preziosa resina  provenienti dai paesi Baltici, che  aveva le isole Elettridi come punto di smistamento. Considerato che Circe si sarebbe trovata nella isola di Lussino, gli Argonauti non ebbero più bisogno di andare nel Tirreno. Oltre a questa leggenda vi sono altre testimonianze che  ritengono solamente “Adriatica”  la saga degli Argonauti; quella di Eumelo di Corinto(Capovilla1957)pag 749) e quella di Igino (Fabula 23). Occorre anche tener presente che per  Omero la nave Argo non era  andata nella Colchide. Licofrone (Alex  1364), dice che gli Argonauti sono Pelasgi; nelle Argonautiche Orfeiche (95) è scritto che gli Argonauti sono pure detti Mini, cioè antichi abitanti della Tessaglia, ebbene, abbiamo già  detto che i Pelasgi  sono i Tessali, e essenzialmente Tessala è la saga Argonautica: Tessala la sede  sia della partenza che del ritorno, Tessali i componemti della spedizione, Tessalo l’oracolo  a cui si rivolsero, Tessala la dea  Artemide  a cui gli Argonauti eressero ovunque dei templi. Sia gli Argonauti che i Tessali   approdarono alle isole Elettride. Le gesta degli Argonauti sono una perfetta “fotocopia “ delle gesta “Pelasghe”, ed i loro tragitti dalla Grecia alle nostre zone sono, a loro volta, la “fotocopia” del tragitto Iperboreo. Sia gli Argonauti che i Pelasgi avevano per patrona la Hera Pelasga, ebbene, dice Strabone (V,1), che un tempio a lei dedicato, si trovava dalle nostre parti.  A loro volta, come in parte vedremo, quasi tutti miti  ambientati in alto Adriatico sono in qualche modo collegati agli Argonauti. Con  un articolo, dal titolo “Le radici della Romagna affondano nella saga Argonautica,” (Sgubbi 1999),  ho fedelmente descritto  l’importanza che la saga Argonautica ha avuto per le nostre zone.

 

DEDALO ED ICARO

Il Torelli(1993 pag 63), commentando il racconto che Polemone ha fatto al riguardo del tesoro di Spina a Delfi, ( ove ricorda la presenza in detto tesoro di due statue di marmo), ipotizza che queste potevano rappresentare Dedalo ed Icaro e mette in evidenza  il culto che Dedalo aveva  nel Delta Padano.

L’ipotesi non è molto credibile, in quanto Polemone dice che si tratta di due “fanciulli”; bene dice invece  il Torelli(ci, che è ben rappresentato il culto di Dedalo nella zona Spinetica; si trova infatti  in una stele Felsinea e nella così detta Bulla  di Baltimora, un vaso trovato nei pressi di Comacchio. Molto probabilmente  la presenza in queste zone di Dedalo può essere opera tarda degli Etruschi, a ricordo delle bonificazioni idrauliche che questi effettuarono nel Delta del Po, ma il Prayon, (1993 pag 103) dice che  queste raffigurazione sono più antiche, infatti si trovano raffigurate in un vaso del VII secolo a.C. trovato a Caput Adria. Ma vi è una testimonianza ancor più antica  che attesta la presenza di Dedalo  in queste zone; si tratta del noto passo dello Ps Aristotele (81) ove si legge che in una isola Elettride,  Dedalo, avrebbe costruito due statue, una per sè ed una per il figlio Icaro, ma che poi dovette scappare a causa dell’’arrivo dei”Pelasgi”. Queste isole Elettridi, che abbiamo già ricordate parecchie volte, sacre ad Artemide, approdo degli Argonauti, e “tappa” per gli Iperborei, sono pure, ricordate dallo  Ps Aristotele (81), Pomponio Mela (II 114), Strabone (V,1) ed Apollonio Rodio (305),  si trovavano  presso le foci del Po, ed erano il “capolinea” per il commercio dell’ambra  baltica.

 

I DIOSCURI

Abbiamo già accennato al ritrovamento di due statue che rappresentavano presumibilmente i due gemelli Castore e Polluce, avvenuta nelle vicinanze del tesoro IX del santuario delfico, un tesoro che seppur con tutte le riserve del caso  puo essere “il nostro”, ebbene, a parte questo, i Dioscuri sono documentati  in alto Adriatico  da varie fonti antiche, in particolare da Apollonio Rodio (IV,590), infatti i due gemelli  facevano parte dei componenti della spedizione Argonautica che come abbiamo visto, è bene ambientata nelle nostre zone. In particolare  questi  sono ricordati in quanto  nel corso della saga Argonautica si sarebbero fermati dalla nostre parti per fare abbeverare i loro cavalli(Marziale epig IV 25 e VIII 48). Il più famoso di questi cavalli  è Cillaro,un cavallo più volte ricordato da Stesicoro,(Virgilio Georgiche III,90). In Grecia  vi era l’usanza di sacrificare ai Dioscuri un cavallo bianco, (Stella 1977 pag 35); ebbene, un cavallo bianco è presente sia come figura che col nome Cillaro, nello stemma di Bagnacavallo, e un’antica  tradizione vuole questa città costruita sopra ad una isola Eletrride. Il culto dei Dioscuri  in alto Adriatico è pure ricordato in una iscrizione del VI secolo a.C (Prosdocimi 1990). Molto probabilmente tale   culto è arrivato dalle nostre parti grazie alla leggenda Minia, che come abbiamo detto,  descrive  il più antico culto Argonautico.

 

ALTRI COLLEGAMENTI

A tutti questi collegamenti se ne  possono aggiungere  altri: Dionisio, che come è noto nei tre mesi che Apollo si assentava, diventava  il titolare di Delfi, era venerato a Spina(Baldoni 1989) . Tre fatiche di Ercole (mele delle Esperidi, Mandrie di Gerione e caccia alla cerva Cerinea, )ambientate anche in Alto adriatico, questi avrebbe inoltre dato il nome ad una strada che dalle foci del Po andava in Francia ed in Spagna, cioè la così detta “via Eraclea “, ricordata fra gli altri anche dallo Ps Aristotele (85). Diomede, eponimo di Adria e Spina, ha dato il suo nome alle  isole Diomedee ed a vari promontori, vari sono i santuari  a lui dedicati, per esempio quello ricordato da Strabone V,214, ed un sacrario pure da lui ricordato (V,1), ove si sacrificava un cavallo bianco. Non sarà per caso quello ricordato da Omero? Dice Licofrone ( Alex 626), che  Diomede, appena arrivato in Adriatico, avrebbe ucciso il drago  che faceva da guardia al “Vello d’Oro”, ennesima conferma che il viaggio Argonautico è ambientato nel nostro mare. Occorre comunque tener presente che risultano due personaggi qui ambientati con nome Diomede(Terrosi Zanco 1965), perciò spesso si è fatto confusione. Antenore eponimo di Padova, che avrebbe condotto i Veneti  dalla Paflagonia. Odisseo, che  per lo scoliaste di Esiodo, avrebbe governato con i suoi figli sulle isole Elettridi(,Mastrocinque 1993);una sua presenza in Alto Adriatico è documentata anche dalla presenza in loco della   Circe  (Graves  1995 pag 559), come pure è testimoniata da  Nanas, cioè dal re che avrebbe condotto i Pelasgi nelle foci Padane.  Per non dire di Enea, testimoniato dalla presenza in loco del  suo antenato  Dardano,e dalla esistenza  in Veneto di una città chiamata Troia. Dice il Musti (1994 pag 99),  che  cotesto toponimo, in tale area, dovrebbe riferirsi  allo sbarco di Enea. Non si può comunque escludere che  questa città sia invece stata fondata da Dardano  che come è noto, fondò la “storica”Troia. Dal diario del Ditti Cretese, purtroppo perduto, si apprende anche che Enea avrebbe fondato  Corcira Melaina. Dice Licofrone (Alex 1240 ), come abbiamo già ricordato, che il culto dei Cabiri da Samotracia  all’Italia, sarebbe opera di Enea. Non è chiaro a quali dei si riferisca il culto dei Cabiri, ma questo culto era diffusissimo in Italia, in particolare  era diffuso frà i Reti, che per Livio (V 33), erano Etruschi, dispersi nelle Alpi, al seguito della invasione gallica. Ebbene  questi Etruschi erano   lo dice Diodoro Siculo   (XIV 113), dei “Pelasgi”. Il collegamento Cabiri e Pelasgi  è più volte testimoniato da Erodoto, dice infatti  che  i Pelasgi”, cioè quei “Pelasgi” che l’oracolo di Dodona  indirizzò verso la terra “Saturnia dei Siculi”  Pelasgi erano i depositari dei  misteri di Samotracia. Nelle nostre zone è pure documentato  il culto di Crono  e della sua moglie Rea: dice infatti Apollonio Rodio (IV 325), che l’Adriatico era  detto “mare di Crono”, ed Eschilo  (Prom Incat  v 836), ci fa sapere che era pure detto “mare di Rea”. Per  una disamina di tutte queste testimonianze “omeriche” si rimanda a Sgubbi (2000). 
Non mancano altri indizi: Isole Cassiteridi, cioè le isole dello stagno, ricordate dallo Ps Scimmo (392) le Isole Asbirtidi, dal nome di Asbirto, fratello di Medea, l’eroina della vicenda Argonautica; città come Pola, Aquilea, Asporo, Olcinium ed Orico, sarebbero state fondate dai Colchi. Ma non è affatto detto che  questi Colchi  debbano per forza essere quelli che inseguirono gli Argonauti lungo il Danubio; potrebbero essere invece popolazioni che abitavano nelle rive orientali del Mar Nero e che come tante altre popolazioni della zona emigrarono in occidente. Fra l’altro  Pola vantava la tomba di Cadmo ed Armonia; questa ultima  è la sorella di Dardano. La fossa del Po Messanica, che si ricollega alla Messenia  Greca; l’Eridano, il  mitico fiume ove sarebbe precipitato Fetonte.  Per la stragrande maggioranza degli studiosi, questo fiume  sarebbe il Po,  per qualcuno sarebbe un altro corso d’acqua padano,  per altri non sarebbe un fiume italiano. Uno dei  passi più controversi che riguarda il Po  è quello tramandato da Eschilo (testo4,). Questi dice che l’Eridano scorre in Iberia, cioè in Spagna, ma, dice il Balbo (1846 ), che per Plutarco,l’Iberia significava in antico l’Italia settentrionale, perciò se la testimonianza fosse esatta significherebbe che anche per Eschilo, l’Eridano  sarebbe il Po. Per non parlare dei santuari dedicati a Jupiter  cioè Zeus; quello di Gabicce, quello di Bagnacavallo ed altri esistenti in varie zone. Essendo in tema  collegamenti, si può aggiungere, seppur a titolo di curiosità, alcune probabili tracce lasciate dai Pelasgi nelle nostre zone: come è noto questi usavano il sistema dodecimale, ebbene, questo numero era molto usato al riguardo della centuriazione, il duodecimarum,(SGUBBI  2001), come pure era usato   nelle piantagioni, quelle dette  “scacchiera in tralice”, che Cicerone chiamava “quincuncem ordines”, come pure era  usato  in occasione della fondazione delle città,  cioè la   già ricordata dedecapoli padana. I triangoli che si riscontrano nella piantagione a“scacchiera”, ove  gli angoli  dei filari riproducono sempre il V,  sono simili a quelli che si riscontrono in molti tratti della centuriazione romagnola.(BRIGHI 2000 pag .75). Molto probabilmente la divisione  in quattro parti della centuria; che ha creato  la “tnuda romagnola” di 12 ettari (una suddivisione identica  come estensione che si riscontra sia a Metaponto,  la più antica colonia greca  dell’Italia, che in Grecia), è opera loro. Una traccia pelasga sarebbe pure il matriarcato  romagnolo. Anche la genetica documenta una persistente  presenza pelasga nelle nostre zone, per esempio: si dia uno sguardo alla piantina  che lo SFORZA(1993 pag 337 ), riporta nel suo libro; questi riporta  una “isola”greca,  esistente nel ferrarese,  ancora contrassegnata in loco dalla diffusa  talassemia. Si tratta di una  malattia diffusa pure nel Metapontino ed altrettanto  in Tessaglia, che come abbiamo visto, è il luogo originario dei Pelasgi-Tessali.

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RIASSUNTO

Come già detto all’inizio, se un turista italiano nel corso della visita al Santuario di Delfi, chiedesse notizie al riguardo dei tesori di Spina e di Cerveteri, non riceverebbe  nessuna risposta, ebbene al seguito dei “risultati” emersi da questa ricerca, sarebbe opportuno che nelle piantine allegate alle guide del santuario, iniziasse a  trovar posto, seppur con un punto interrogativo, l’indicazione anche dei nostri tesori, anche perché, in dette piantine, vengono segnalate “come certe”, delle attribuzioni a dei tesori per i  quali  alla loro effettiva “paternità” esistono non pochi dubbi. Effettivamente, come già fatto presente, molti resti di tesori  del santuario delfico sono tuttora anonimi, e conseguentemente ogni tentativo  di attribuzione   deve essere fatto con le dovute cautele, ma è anche vero che, grazie alle caratteristiche che si riscontrano in alcuni tesori, vi sono buone probabilità  che i nostri siano da cercare in quella zona del santuario  e fra quelli descritti. Perciò non si allontanerebbe molto dal vero se una guida turistica, incaricata  di fare da “cicerone”ad un gruppo di turisti Italiani, trovandosi di fronte ai tesori IX,X e XII dicesse:”Molto probabilmente questi resti appartengono ai vostri tesori in quanto , ecc, ecc “.  Ritornando ai possibili collegamenti con popolazioni Greche e medio Orientali; senza alcun dubbio le nostre zone non poterono non essere direttamente interessate dagli sconvolgimenti  avvenuti nel corso  del XIII e XII secolo a.C, che interessarono tutto il Mediterraneo. In quel periodo avvenne di tutto; invasioni dei così detti “Popoli del mare”( ricordati  nelle  iscrizioni egiziane di Medinet Habu ; gli  avvenimenti biblici, gli avvenimenti Omerici, (caduta di Troia e  conseguenti “ritorni”); crollo di imperi (Ittita e Miceneo).Tutti questi avvenimenti crearono inevitabilmente delle migrazioni che a loro  volta crearono delle altre migrazioni, che interessarono tutte le zone Mediterranee e perciò anche queste zone. A ciò va aggiunto che l’alto Adriatico  era un punto importante per il commercio dell’ambra Baltica, perciò anche per questa ragione  sono arrivate nelle nostre zone popolazioni provenienti da ogni parte del mondo. L’alto Adriatico non può vantare fondazioni coloniali,  come invece è accaduto in Magna Grecia, ma può vantare  indizi di precolonizzazione, più che altrove. Chiunque si rende conto che gli avvenimenti accaduti in questo periodo, sono dominati da incertezze, ma è anche vero che pur con tutte le cautele, occorre indagare su tali avvenimenti, anche perché è in quel periodo che sono nate tutte le civiltà italiane (Etrusca, Veneta, Umbra, Picena, ecc). In quel periodo sono state piantate le “radici” delle nostre “radici”.

Senza alcun dubbio  molti di quei racconti sono leggendari e perciò non è facile ricavarne notizie storiche, ma è anche vero che le scoperte archeologiche hanno dimostrato che non sono tutte “favole”, perciò meriterebbero maggior considerazione. Idealmente occorrerebbe che ogni libro di storia fosse corredato da  una appendice, con le tradizioni e le leggende, per evitare  che queste vadano perdute. Purtroppo nel secolo scorso, forse a causa della esagerata “Etruscomania”, fu fatta “tabula rasa” di questi racconti e conseguentemente  molti  sono andati irrimediabilmente perduti, con non pochi danni per la conoscenza del nostro passato.  Arrivato alla fine devo comunque ammettere  che a nessuna delle numerose domande sono riuscito a dare quelle risposte, che invece   il tema richiedeva, ma questo era  prevedibile, non a caso il titolo è  “alla ricerca” del tesoro degli Spineti ,  e non “alla scoperta”.

Termino facendo due pressanti inviti agli “addetti ai lavori”:

1) si scavi  nell’area preistorica Solarolese di via Ordiere, una area, del cui contenuto non si sa niente, benchè  la sua esistenza sia nota da quasi venti anni.
L’importanza di detti scavi non è solamente quello di accertare la possibilità che detta area possa corrispondere alla Spina “Pelasgica”,( una ipotesi da non escludere, anche se  personalmente non la ritengo possibile), ma in quanto  vi sono buone possibilità di trovarsi di fronte ad una altra Frattesina Terme, come recenti reperti; ceramica probabilmente Micenea e globetti di pasta vitrea, trovati in loco, farebbero  pensare.

2) come è noto,  i Micenei avevano l’usanza di tracciare le strade  sulle creste delle montagne,( così hanno fatto per il tracciato  che attraversa l’appennino lungo la valle del Senio,) ed era pure loro usanza  edificare  lungo tali tragitti qualche  tempio per il culto (i così detti “culti delle vette montane”), ebbene, lungo il percorso appena accennato, vi è una area che, per i reperti trovati, fa pensare di trovarsi di fronte ad uno di questi edifici, occorrerebbe perciò  fare in loco le necessarie  verifiche.

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Solarolo ottobre 2001

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Sarebbe mio gradimento conoscere un Vostro commento, nel bene e nel male. GRAZIE

Sgubbi Giuseppe
Via Borgo Bennoli, 30
48027 Solarolo (Ravenna)
Tel. 0546 52616
joselfsgubbus@libero.it

 

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ABBREVIAZIONI

AA=Antichità Altoadriatiche;  AMAP=Atti e MemorieAccademia Pad; ASAA=Annuario Scuola Archeologica Atene;  ASNSP= Atti Pisa; BCH =Bullettin de Correspondence Hellènique ; CISA= Contributi Istituto Storia Antica: CCRB= Corsi di Cultura  sull’Arte Ravennate e Bizantina;  MEFRA = Melanges d’Archeologie de Ecole Francaise de Rome;   PP= Parola del Passato;  QUCC= Quaderni Urbinati di Cultura Classica;   RM= Mitteilungen des Deutschen Archaeologischen (Roma); RAL= Rendiconti Accademia dei Lincei;  RIL= Rendiconti Istituti Lombardi;  RFC=Rivista di Filologia Classica;   RSA=Rivista Storia della Antichità;  SCO=Studi Classici e Orientali; SE= Studi Etruschi.

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OPERE CONSULTATE

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-ALFIERI 1959=Problemi di Spina in ”Cisalpina”
-ALFIERI 1988= Spina “polis Hellenis” in ”La formazione della città preromana”
-ANDRONICOS 1984= Delfi
-AMANDRY 1988= A propos de Monuments de Delphes in «BCH »

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-CAPOVILLA 1958= Nuova interpretazione dell’etnico degli Aborigines in” Archivio alto Adige”
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-CAPOVILLA 1964= Praeohomerica et praeitalica
-CAPOVILLA 1960= Convergenze italiche in “Archivio per l’alto Adige”
-CAPOVILLA 1951=    Studi sul Noricum  in “Miscellanea Galbiati”
-CARLI 1785= Della spedizione degli Argonauti in Colco
-CASSOLA 1975= Inni omerici
-CASSOLA 1954= La leggenda di Anio  e la preistoria Delia in “PP”
-CATARSI  DELL’AGLIO  I993 =Storia di  Bellaria
-CIAMPI 1841=   La Grecia di Pausania
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-CORBATO 1993= Gli Argonauti in Adriatico in” Archeografo triestino”
-CORDANO 1989= Egineti ed Etruschi dall’Adriatico al Tirren in”Ann Macerata”
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-PATRONI 1950= Studi di mitologia Mediterranea ed Omerica

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-PESTALOZZA 1957= Hera Pelasga in “SE “
-PLINIO =Istoria Naturalis.
-PLUTARCO= Dialoghi delfici
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-SCHMITT PANTEL  1996= Delfi ;Gli oracoli e la tradizione religiosa in “Settis”
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-SUSINI 1985= Gerione Atesino in ”Gerion”
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-TORELLI 1993= Spina e la sua storia in ”Atti Spina”

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-UGGERI PATITUCCI 1974= Topografia ed urbanistica  di Spina in ”SE”
-VALENZA MELE 1977= Hera ed Apollo nella colonizzazione   d’occidente in” MEFRA”
-VAGNETTI 1993= I precedenti di Spina in”Atti Spina”
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-VATIN 1983= Etruschi a Delfi  in ”Annali Claudio Faìna”
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-WILLER 1996= Dedalo in ”Settis”

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L’autore: GIUSEPPE SGUBBI

Classe 1938, archeologo dilettante; ha al suo attivo numerose pubblicazioni di carattere storico: Solarolo dalla preistoria ad oggi (1977); Storia della Beata Vergine della Salute (1979); Contributo sul corso antico del Santerno nel territorio Solarolese (1983); Il territorio Solarolese dalla più remota antichità all’anno mille (1992); Circe, Ulisse ed Enea inAdriatico? (2000). Alla ricerca del toponimo Quinto ove nel536 d.C fu ucciso il re dei Goti Teodato”Historia Stuttgart 2 (2005); Un enigma di Pieve Ponte il titolare S Procolo 2003; Il Sillaro confine della Romagna 2003; Circe Ulisse ed Enea in Adriatico?2000; Giurisdizione civile ed ecclesiastica di Imola e Faenza in epoca romana 2006; Evoluzione ed aspettative riguardanti l’abitato preistorico scoperto nel territorio solarolese 2007

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