La famiglia Ferretti ha le sue origini nell’Alsazia, si narra di questa potente famiglia e di un personaggio in particolare che all’epoca era conosciuto per il suo carattere guerriero e burrascoso e sempre in contrasto con il Vescovo di Losanna… il suo nome era LUIS, meglio conosciuto come “Luigi il feroce” e questo appellativo lo contraddistinse in circa 3 stati (Svizzera, Francia, Germania) dopo avvertimenti, scomuniche da parte dell’autorità ecclesiale si vede questo personaggio scomparire, … e di lui più niente… morto forse? Sembrerebbe invece che si sia diretto in Italia e si rifugiato in qualche convento… altri pensano che possa aver cambiato identità… cosa che in quell’epoca non era molto difficile. Si ipotizza dunque la presenza in Italia di LUIS… che in questo caso cambiò nome e si mise al servizio della chiesa e sembrerebbe che sia proprio Francesco Ferretti che per meriti acquisì la torre della Piana dei ronchi che in seguito fortificò e successivamente divenne l’attuale Castello. 
La famiglia Ferretti fu sempre vicina alla chiesa, infatti vi figura anche il Beato Gabriele Ferretti.

crivelli_ferrettiIl Beato Gabriele nacque in Ancona dalla nobile famiglia dei Conti Ferretti nel 1385. Il Conte Liverotto, suo padre, e Alvisia, sua madre, educarono Gabriele alle più squisite virtù cristiane, specialmente alla purezza che traspariva dal suo comportamento angelico. A 18 anni si fece Religioso francescano nell’Ordine dei Frati Minori. Nel chiostro studiò filosofia e teologia con raro profitto, per cui, ordinato Sacerdote, si dedico con frutto alla predicazione, convertendo molti peccatori. Ebbe da Dio il privilegio di conoscere il futuro, e il dono di guarire i malati con il semplice segno della Croce o al contatto della sua tonaca. Nutrì tenera devozione alla Vergine Santissima, che spesso gli appariva con il Bambino Gesù tra le braccia nel silenzio della cella o nel bosco del Convento. Il 12 novembre 1456, dopo una vita piena di virtù e di miracoli a favore degli umili e dei sofferenti, dolcemente spirava. San Giacomo della Marca, ai funerali solennissimi, ne tesseva l’elogio dinanzi al Vescovo, al Senato e al popolo Anconitano. 

Uno scultore del secolo quindicesimo ci ha lasciato un bellissimo mezzo rilievo (oggi nel Museo di Ancona), raffigurante l’immagine della Vergine, che con il Bambino al seno appare tra un bosco di pini al Beato Gabriele Ferretti. Questo delicato lavoro, che viene dall’ex convento dei Frati Minori di “San Francesco ad Alto”, ha fissato nel marmo il più dolce episodio dell’ex Conte Ferretti. La lunetta artistica commenta i colloqui di Frate Gabriele con la Madre di Gesù, tra i pini del suo convento.
Maria, dice lo storico, conduceva spesso al nobile Gabriele, Gesù tra schiere angeliche; e, nel silenzio verde di “San Francesco ad Alto” si elevavano squisite melodie d’amore. Questa tenerezza per la Signora tutta pura, aveva chiamato il cielo fra gli alberi del bosco, dove Gabriele saliva estatico nella contemplazione della gran Madre di Dio! La selva del convento era diventata sacra come la Chiesa; i pini formavano con le loro punte come le guglie di una maestosa cattedrale; nel bosco abitavano gli angeli. Quando Gabriele pregava, essi erano là a portare in alto le preghiere; quando la Madonna appariva, essi erano schierati su nuvole invisibili e facevano corteo a Gesù che, dal seno di Lei, benediceva…
Non fa meraviglia, che il Conte Ferretti si abbandonasse a questa storia prodigiosa d’amore.
Egli apparteneva alla schiera dei cavalieri, che Francesco d’Assisi aveva lanciato nel torneo per la gloria della grande Castellana d’Italia. E bisognava conquistare il primato della devozione e dell’amore alla Donna tutta pura ed immacolata.
Era ancora fanciullo, ma come per istinto si era dedicato al servizio della celeste Signora!
Alvisia Sacchetti-Ferretti, la contessa madre, aveva scoperto questo gioco incantevole della Grazia di Dio; la tela si ordiva piano piano, e gli appuntamenti di Gabriele con le deliziose immagini di Maria, si moltiplicavano…; finché venne il giorno in cui gli agi e le grandezze della casa paterna non gli dicevano più nulla; tutto era scialbo! tutto, una delusione! tutto, una malinconia!
Per questo si rifugiò nel romitorio di Santa Maria.
Sul monte Astagno, tra il bosco di pini, sorgeva un umile oratorio, dedicato alla Vergine del Cielo. Intorno intorno i Frati Minori avevano costruito capanne per raccogliersi nella gioia della preghiera e della penitenza…
La tradizione vuole che Francesco d’Assisi abbia indicato tale luogo ai suoi Frati come il più adatto alla preghiera e, salpando per l’Oriente, abbia comandato di edificare un conventino accanto all’oratorio della Vergine. I Frati Minori incominciarono così ad abitare il bosco dei pini, ed erano come la guardia d’onore della Madonna.
Da Capodimonte, la Ancona medievale si distendeva verso il Guasco; quella cima verde aveva richiamato il cuore di Gabriele…; fu lassù che l’idillio del Conte Ferretti con la mistica Signora degli Angeli, sfociò nel più bel dramma fiorito di meraviglie e di apparizioni.
Tra queste meraviglie si dipana la vita quotidiana del Beato Gabriele; e tra colloqui segreti, estasi, canto di Angeli, sorrisi di Maria, Egli scrive il suo poema di amore per la Gran Madre di Dio!
A colloquio con i confratelli, parla sempre di Maria; scendendo verso la sua città, invita i fanciulli ad onorare Maria; quando istruisce il popolo, si fa, dal pulpito, cantore innamorato delle glorie di Maria…; esorta tutti alla devozione più tenera e all’amore più cordiale per la Madre del Divino Amore!
L’ampia distesa azzurra dell’Adriatico è, per il Beato di Ancona, solo un canto alla Stella del Mare; la cima del Monte Conero, e tutto quel promontorio che disegna il golfo dorico, è un ricordo di Maria, torre di fortezza; il verde del bosco, che racchiude il romitorio nel profumo delle sue resine e dei fiori, è la sua più verde speranza in Maria; il cielo, la terra, gli uomini, le cose, ogni atomo, ogni sospiro… sono tutte sillabe del poema universale che il suo cuore fa scandire alla natura e fa intonare da tutto l’universo a Maria.

Nel convento di “San Francesco ad Alto” c’erano i fratini. Cari giovinetti! come Gabriele, lasciando la madre terrena e la casa paterna, per seguire l’ideale francescano, essi devono innamorarsi di Maria.
Intanto il Beato ha avuto dai Superiori un compito delicato: educare la gioventù dell’Ordine Serafico.
Lo spirito, l’anima, della più bella pedagogia non poteva essere che Maria; il tema, la gran Madre di Dio; il motivo dominante, la Vergine; tutti gli affetti, i più puri, per la Regina del Cielo!
La Madonna gradì l’omaggio e ricompensò visibilmente il Conte Frate.
Un giorno, divenuto Superiore del convento di Ancona, comandò ad un fratino, di nome Luigi, di recitare ogni giorno la corona della Beata Vergine.
Ma per una volta fra Luigi aveva dimenticato la recita del Rosario; e, quando il novizio si recò alla mensa, il Beato, interiormente illuminato di ciò, ingiunse al fratino di levarsi dalla tavola e andare in chiesa a compiere l’atto di devozione a Maria. Era trascorso del tempo, ma il novizio tardava a ritornare in refettorio; mandò quindi un altro religioso per vedere… Una visione straordinaria trattenne anche il secondo religioso: un angelo aleggiava sul capo di fra Luigi, che pregava la Vergine, e mentre le labbra del novizio dicevano “Ave Maria”, l’angelo infilava rose e poi, al Gloria, un giglio d’oro… dieci rose e ancora un giglio d’oro….
Nel frattempo si mosse il Beato Gabriele e, giunto in Chiesa, assistette con gli occhi pieni di lacrime all’incantevole spettacolo. Quando la recita della corona terminò, l’angelo depose il serto prezioso sul capo del novizio e disparve!
Il fratino del Beato perseverò poi fino alla morte nella vera devozione all’Immacolata.
Per molti anni nella chiesa di “San Francesco ad Alto” proprio presso l’altare di Maria, nel luogo che era stato teatro di quella visione, restò un soave profumo di rose e di gigli.

Gabriele si accendeva così sempre di più all’amore per la sua Regina; ne imitava ogni virtù; si esercitava nell’umiltà, la virtù principale della Madonna; e vegliava presso il suo altare senza mai stancarsi. Ma il suo volto si irradiava di luce quando Maria gli appariva tra i pini del convento e le sue pupille balenavano i raggi della purità del cuore.
E quando più tardi, trasfigurando la sua giovinezza sopra l’altare di Dio, sentirà la gioia quasi infinita di essere sacerdote, la stessa luce del bosco entrerà nella chiesa per vedere finalmente il cantore di Maria, divenuto portatore di Gesù.
Nel convento, San Francesco gli aveva parlato di penitenza, perché il giglio si difende con le spine, e la sua purezza trionfò in un profumo liliale; sull’altare, Maria gli affiderà il suo purissimo Figlio Gesù, perché al passaggio di Gabriele il mondo ritrovi l’innocenza!
La sua vita fu così una festa; ed il suo volto è Maria.
Gabriele servì così la Madonna, da autentico cavaliere senza macchia e senza paura; e la Regina degli Angeli gli dà la sua impronta: difende il suo “angelo” e predilige il suo “sacerdote”.
Ancona sentì nel Beato tutta questa sintesi festosa; tutti gli accordi soprannaturali tra la Madre ed il Figlio!
Ed è naturale che i nostri occhi non si stanchino di rimirare questi bozzetti di limpida poesia: l’estasi di Gabriele tra i pini del convento, le apparizioni di Maria, il Bimbo al seno…, mentre i Cherubini stanno a contemplare.

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Presso le sue spoglie incorrotte, che si venerano nella Chiesa di San Giovanni Battista in Ancona, si moltiplicano da secoli grazie e miracoli; e i malati, benedetti con l’olio della lampada del Beato Gabriele, ottengono la sua celeste protezione.

Paolina Ferretti, sorella affezionatissima e devota del Beato Gabriele, aveva sempre avuto in animo di preparare un sepolcro degno del suo grande fratello. E glielo aveva ingenuamente confidato quando era ancora vivente, per cui il Beato la rimproverò severamente esprimendo la volontà di essere seppellito umilissimamente. Poi venne il tempo in cui la devozione fraterna di Paolina poté essere soddisfatta.
Il sepolcro infatti fu costruito con i suoi pii lasciti, durante il pontificato di Sisto IV (1371-1474) e di Innocenzo VIII (1484-1492); e il corpo del Beato vi fu trasportato nel 1489, in forma privata e alla presenza di pochi testimoni.
Il superbo mausoleo fu eretto proprio secondo i desideri di Paolina, nonostante che Gabriele avesse scongiurato la pia sorella di non volere tanto onore, per lui umile frate minore.
L’opera monumentale si trovava a destra dell’altare Maggiore di “San Francesco ad Alto”, dentro il presbiterio.
La parete frontale è ornata da festoni di fiori da un cestino di frutta, da una lampada ardente e da un libro aperto. Sopra il coperchio l’artista vi ha adagiato la statua del Beato: cappuccio in testa, mani incrociate, profilo nobile; la figura dorme su un ricco cuscino.
Il Mausoleo porta scolpito nella parte anteriore queste parole: “Sepulcrum Beati Gabrielis”. Di fronte si apre anche una finestrella, da cui si poteva vedere il volto del sacro corpo.
L’opera fu attribuita a Giovanni De Franceschi.
Il sarcofago nel 1868 fu trasportato da “San Francesco ad Alto” alla Cattedrale di San Ciriaco.

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Noi abbiamo avuto la gioia di descrivere questo superbo mausoleo, osservando disegni e fedeli riproduzioni fotografiche, perché l’opera ora è semidistrutta dai bombardamenti di Ancona che nell’ultima guerra (1940-45) ha colpito la Cattedrale di San Ciriaco e la Cripta dove era stato collocato.
Le spoglie preziose del Beato in quell’anno non c’erano più in Cattedrale, perché nel 1943 furono trasportate, per opera di Padre Guido Costantini, Frate Minore e Parrocco di San Giovanni Battista, a Capodimonte.

Il Papa Beato Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti), beatificato il 3 settembre 2000 da Giovanni Paolo II, è un discendente del Beato Gabriele, attraverso i Conti Ferretti di Ancona, che provengono ancor più remotamente dalla Svizzera e dalla stirpe “germanica” ed era molto devoto al suo antenato, alla cui intercessione attribuiva una particolare protezione per lui e per la Chiesa.
Il Martyrologium Romanum pone la sua memoria al 9 novembre.

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