Al termine del mese che la devozione popola cristiana vuole dedicato alla Vergine Santa, il Calendario ci presenta la scena della Visitazione della Madre di Dio. Festa – potremmo dire – di un evento usuale di vita: una giovane donna si reca a servizio di una sua parente anziana prolungando, poi, la sua permanenza presso di lei. Chi sono queste due donne, noi lo sappiamo, ma sappiamo anche chi è Colui che, seppur invisibilmente, tiene unita tutta la scena. L’Emmanuele, Colui che è stato annunziato, ha preso la sua dimora tra gli uomini ed il suo tempio è una persona, quella di Maria.

Luca Giordano - Visitazione

Luca Giordano – Visitazione

Non solo tutta la scena si modella su questo Evento di Grazia, ma anche tutta la Liturgia della Parola di questa festa ne è eco profonda e questo nel brano di Sofonia (I Lettura) in cui il profeta – parlando alla Figlia di Sion – le ricorda la presenza del Signore in mezzo a Lei come Re (cfr. Sof 3, 15). Alla base di tutta la scena della Visitazione torna ancora una volta a collocarsi la risposta di Maria all’iniziativa di Dio, la sua scelta di vivere in unione con il Signore, con quel Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe che ha liberato il popolo al quale Lei appartiene e che Dio esorta continuamente alla fedeltà, ad appoggiarsi su di Lui, Fonte di Salvezza (cfr. Sal 13 (12), 6), anche nelle situazioni difficoltà. situazioni che, del resto, non mancherebbero neppure nella vita di Maria ma che, tuttavia, convergono, si riassumono e si risolvono nel Mistero di Morte e Risurrezione mediante il quale Dio ha davvero “revocato la condanna” (Sof 3, 15).

L’appoggiarsi di un popolo (ed evidentemente di ogni singolo che è parte di quel popolo) su Dio è un vero e proprio atto di fede che non può che concludersi con la partecipazione alla visione diretta di Gesù nell’ultimo giorno. E’ Lui stesso che ci dice di andare a preparare ‘per noi’ un posto (cfr. Gv 14, 2) e questa finestra aperta sul futuro che ci attende sorregge un altro aspetto di questo atto di fede. Aspetto che consiste in una personale uscita da quelle che sono le limitazioni dell’egoismo per dare una risposta positiva al Dio che libera e, per questo, ricrea.

Volendo, perciò, metterci sulla sua ‘lunghezza d’onda’ è necessario compiere una purificazione di ciò che non realizza e di ciò che ci fa essere indegni della nostra vocazione ad essere uomini di luce (cfr. Mt 5, 14). Se siamo battezzati, confermati e se ci nutriamo costantemente dell’Eucaristia possiamo senz’altro ripetere con S. Paolo “Non sono più io che vivo ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20). Un ripetere, beninteso, non solo con la bocca, ma con la nostra esistenza aperta all’Evento Gesù che è pietra scartata e, al contempo, angolare (cfr Sal 118 (117), 22) in quanto la sua vittoria è per tutti ed io stesso – come persona – mi trovo all’interno di una dinamica di fede che mi unisce tanto a questo Evento come a coloro che questo Evento salva. 

Ecco allora l’urgenza e l’esistenza di una Comunità (la Chiesa), realtà che prova come la fede non può essere nè intimistica e devozionale (con scelte, a volte, atee!), nè tantomeno privata: il nostro credere è ‘nostro’ in quanto si muove, circola nella molteplicità dei membri della Chiesa, non stante le loro diversità sociali e di formazione umana e culturale. Tornando al testo di Sofonia non è un caso che ad esultare è chiamato tutto un popolo e non solo il singolo (cfr Sof 3, 14).

Ora, nella scena della Visitazione si ritrovano tutti gli elementi che abbiamo descritto fin qui: senz’altro è possibile parlare di missione (Maria porta il ‘Novum’ di Gesù) oppure di servizio, ma non bisogna perdere di vista il ‘pilastro’ che è alla basa e che, unico nella sua priorità, può sorreggere tutto un valido discorso di prassi.

E questo pilastro lo troviamo al v. 45: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento della parole del Signore”. Elisabetta può riconoscere la Madre del Signore in quanto anche lei – nonostante il dubbio di Zaccaria, ha goduto dell’iniziativa di Dio (cfr Lc 1, 25) ed ora ne sperimenta gli effetti.

La Chiesa è già qui: abbiamo un credere in Colui che è presente nel suo farsi uomo nel seno della madre. Un credere che ‘circola’ tra due donne che hanno fatto spazio a Colui che ha permesso di essere in mezzo a due o tre che sono riuniti nel suo nome (cfr Mt 18, 20) e che ha fatto di due popoli – l’antico ed il nuovo – un popolo solo (cfr Ef 2, 14).

Ghirlandaio - Visitazione

Ghirlandaio – Visitazione

Ed infine, un credere che, impegnando esistenzialmente una creatura, si fa canto di esultanza nel Magnificat dove Maria si rende conto delle grandi cose compiute in Lei dall’Onnipotente ed il suo “d’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata” continua a suonare per noi invito a renderci degni – come membri di una Chiesa pellegrina sulla terra verso la Gerusalemme del cielo in Maria completamente realizzata – di essere chiamati beati.

Beati coloro che sono puri di cuore e ai quali Gesù promette la visione di Dio (cfr Mt 5, 8) e Maria è al vertice di questa purezza. Già nella sua esistenza può vedere il Dio che a Lei si dona in modo del tutto particolare e che Lei stessa accoglie con quell’Amen di obbedienza e abbandono massimo additandoci il modo per ottenere la stabilità nella fede. E’ la creatura umana alle cui parole non resta che affidarci, carichi di limiti quali siamo. Parole cariche di sottile intercessione che ci fanno pregustare la rinascita nella Spirito a nuove creature: “di generazione in generazione la sua misericordia si estende su quelli che lo temono”. Misericordia che è dono sempre offertoci per non venir sorpresi meritevoli di castigo perchè preda di un peccato la cui forza è stata definitivamente fiaccata e, per questo, non abbiamo ragione (nè permetterci il lusso) di appartenergli.

 

testo di Luca M. di Girolamo

tratto da “La SS. Annunziata” Periodico bimestrale mariano – Anno XIII – numero 3. maggio-giugno 1993, p. 4-5