di Lucius Etruscus

«Le labbra degli stolti ripetono sciocchezze, le parole dei prudenti sono pesate sulla bilancia». Questo ottimo precetto biblico (Siracide 21:25) solleva un curioso interrogativo, a volerlo interpretare alla lettera: come si possono pesare delle parole sulla bilancia? È una domanda sciocca, ovviamente, degna di finire sulle labbra degli stolti: le parole sono incorporee, come il fumo o meglio ancora come l’anima. E tutti sanno che non si può pesare né il fumo né l’anima… oppure si può?

L’11 marzo del 1907 appare sul “New York Times” una notizia destinata a rimanere impressa nell’immaginario popolare: il titolo recita «L’anima ha un peso, afferma un dottore». Chi è mai il dottore che ha rilasciato una simile dichiarazione? Si chiama Duncan MacDougall e il suo nome rimarrà legato per sempre alla sua teoria.

Duncan MacDougall

Il giornale ci racconta che sin dal 1901 il dottor MacDougall ha portato avanti, a livello personale, una serie di esperimenti davvero particolari.
In una casa di cura selezionava malati terminali di tubercolosi – patologia scelta perché la morte giunge con un numero minimo di contrazioni muscolari – e nei loro ultimi istanti faceva trasportare i loro letti su una grande bilancia.
Non sappiamo come questa idea sia nata al dottore, ma eccolo lì ad osservare un paziente su una bilancia più di tre ore prima dell’ultimo respiro, tempo in cui «perse peso al ritmo di un’oncia all’ora» scriverà MacDougall nel suo studio
The Soul: Hypothesis Concerning Soul Substance, pubblicato nell’aprile 1907 su “Journal of the American Society for Psychical Research” (New Series n. 2).
Esalato l’ultimo respiro, emesso l’ultimo rantolo, l’ago della bilancia si ferma… ma non prima di aver fatto un sensibile scatto: la scoperta di MacDougall è infatti che pochi istanti dopo il sopravvenire della morte c’è una perdita di peso di «tre quarti d’oncia», cifra complicata che diventerà famosa nella sua versione semplificata 21 grammi. «Abbiamo qui la prova per credere che la sostanza dell’anima non è eterea».

L’entusiasmo popolare che ha accolto questo risultato ha “nascosto” la totale casualità del dato. MacDougall infatti racconta di aver fatto in totale sei esperimenti – un numero irrilevante per essere scientificamente valido – di aver cioè pesato sei malati terminali fino alla loro dipartita… con risultati sempre diversi. Addirittura l’ultimo paziente, il sesto, è morto cinque minuti dopo essere stato posto sulla bilancia quindi i suoi dati sono, nelle parole di MacDougall stesso, «del tutto inaffidabili». Nei rapporti medici che il dottore stilava ad ogni morte di un paziente non c’è alcun riferimento a perdite di peso, perché – ci spiega lui stesso – erano troppo irrilevanti per essere registrate. Quindi ciò che abbiamo è solamente la sua parola riguardo ad un fenomeno che in realtà egli stesso, involontariamente, ci racconta come del tutto aleatorio e nebuloso.
Come sempre accade, discorsi senza alcun valore diventano verità assoluta…

Per confermare i suoi dati sui pazienti umani, MacDougall è andato oltre ed ha fatto anche esperimenti similari su quindici cani: quelli però non erano malati terminali di tubercolosi… «I test ideali sui cani – ci spiega il buon dottore – sarebbero quelli su soggetti che stanno morendo per qualche malattia e quindi resi immobili ed incapaci di agitarsi. Non sono stato fortunato e non sono riuscito a trovare questo tipo di cani».
Il dottore “sfortunato” è così costretto ad ammettere che i suoi esperimenti sui cani potrebbero essere falsati, perché la morte non è stata naturale ed ha dovuto somministrare loro delle droghe per tenerli fermi sulla bilancia. Malgrado lui stesso riconosca poco valore a questi esperimenti, non resiste e rivela che durante gli esperimenti con i cani… gli animali
non hanno perso alcun peso, una volta esalato l’ultimo respiro.

A leggere oggi di questi esperimenti sugli animali ci si gela il sangue nelle vene, ma bisogna sempre contestualizzare. Negli stessi anni in Russia il celebre Pavlov, lo scopritore e codificatore dei riflessi condizionati che noi ancora oggi chiamiamo “pavloviani”, addirittura si stupisce del fatto che i cani si lamentano quando esegue esperimenti su di loro: possibile che dei semplici animali reagiscano come delle persone vere?
È in questo clima anaffettivo nei confronti del mondo animale che va calato il “risultato scientifico” di MacDougall: il dottore trova giusto che i cani morendo non perdano peso, perché gli animali non hanno anima…

Con queste argomentazioni, non stupisce che in quel 1907 si scatenano dibattiti a non finire sulle pagine dei giornali, a cui spesso MacDougall risponde personalmente. Per esempio un certo dottor Augustus P. Clarke fa notare che alla morte di un corpo umano il brusco calo della temperatura sanguigna genera sudorazione, e questa può compensare quei grammi di perdita di peso, oltre a spiegare perché lo stesso fenomeno non è stato riscontrato sui cani, che non sudano. A queste obiezioni MacDougall risponde che dopo il decesso l’arresto della circolazione sanguigna impedisce la sudorazione di un corpo umano, quindi l’ipotesi è impossibile: non è chiaro chi dei due abbia ragione…

Per mesi il dibattito prosegue furente, e il fatto che MacDougall non abbia fatto altri esperimenti forse è indice che non ha gradito l’accoglienza popolare (o che non ha più avuto accesso a morituri da pesare!).
locandinaComunque da allora – o almeno da quando l’idea è penetrata nell’immaginario collettivo – 21 grammi è il peso dell’anima, e la cifra è destinata ad un altro mito: che cioè il film
21 grammi (2003) di Alejandro Iñárritu abbia qualcosa a che vedere con gli esperimenti pubblicati nel 1907. È un film che parla di scelte morali e “21 grammi” è un’espressione colloquiale per indicare l’anima: tutto qui. Questi discorsi hanno però distratto l’attenzione da un passaggio invece importantissimo del saggio di MacDougall: specificare che i cani non hanno perso peso alla morte… è stato il grande errore del dottore!

Se leggete in giro per Internet, troverete che la “scienza ufficiale” – non si sa chi, non si sa dove – non riconosce validità alla tesi di MacDougall sia per l’esiguità dei suoi pazienti sia per la non riproducibilità degli esperimenti. Curiosamente nessuno pare ricordare che non esiste una “tesi”, visto che su sei esperimenti si sono ottenuti sei risultati diversi! Curiosamente nessuno ricorda la fine dell’articolo del dottore, in cui afferma che questa perdita di peso del corpo dimostrerebbe la materialità dell’anima se confermata.
Se confermata?
Quindi MacDougall ammette che quanto ha appena scritto è solo uno spunto, una chiacchierata da bar, senza alcuna validità dimostrabile. Poi però pare che nel 2007 – non si sa chi, non si sa dove – l’esperimento sia stato ripetuto e confermato: alla sua morte, il corpo umano perde 21 grammi, cioè il peso dell’anima… Ma chi mai abbia ottenuto questo risultato non si sa.

La fallacità della fantomatica tesi di MacDougall sta, lo ripeto, proprio nell’esperimento con i cani, fondamentale perché dimostrerebbe che solo le persone perdono peso ergo il peso è quello dell’anima.

Ma per capire l’errore di MacDougall bisogna fare un passo indietro.

Di solito chi racconta la curiosa tesi di MacDougall dimentica di specificare che la pesatura dell’anima è tra le più antiche pratiche della storia umana, ed ha anche una parola che la indica: psicostasia (dall’originale greco ψυχοστασία, psiukostasía). Ricordo che “psiche” per i Greci era ciò che noi chiamiamo anima.

Nel quinto secolo avanti Cristo Eschilo intitola proprio Psicostasia un suo dramma che purtroppo è andato perduto: sappiamo solamente che in scena ad un certo punto appariva una grande bilancia e – duemila anni prima di MacDougall – gli attori vi salivano a simboleggiare la “pesata” delle anime dei guerrieri Memnone e Achille. Questa era sicuramente una citazione da Omero, nella cui Iliade troviamo Zeus sulla vetta del monte Gargano che pesa (con «auree bilance») le sorti di due guerrieri (in quel caso Achille ed Ettore), ma l’idea scenica di Eschilo sembra rifarsi visivamente e concettualmente ad un’immagine di pesatura dell’anima più vicina al Libro dei Morti egizio.

Alcuni millenni prima della nostra èra gli Egizi seppellivano i defunti illustri con una copia di un vero e proprio vademecum su come comportarsi durante il passaggio nell’Aldilà: noi oggi lo chiamiamo Libro dei Morti perché così lo battezzò Karl Richard Lepsius quando lo tradusse in inglese nel 1842, ma i geroglifici indicano qualcosa come Libro della venuta alla luce di giorno. Esistono molte versioni di questo testo, ritrovate in tombe molto lontane nel tempo anche di secoli, ma alcune linee base sono comuni: una di queste è proprio la psicostasia.

Celebre è il papiro ritrovato nella tomba dello scriba Hunefer, vissuto all’incirca nel 1300 a.C.

Papyrus of Hunefer

Da sinistra, vediamo Hunefer stesso guidato dal dio Anubi ad una grande bilancia, dove su un piatto c’è il cuore dello scriba e sull’altro una piuma, sotto gli occhi attenti del dio della scrittura Thot che registra la pesata. Se l’anima di Hunefer, simboleggiata dal suo cuore, peserà quanto una piuma e quindi sarà pura, lo scriba potrà accedere alla vita ultraterrena; se invece peserà più di una piuma, allora l’anima di Hunefer verrà data in pasto ad Ammit (“la divoratrice”), creatura mostruosa che fonde in sé i tre animali selvaggi dell’antico Egitto: il coccodrillo, il leone e l’ippopotamo. (Un recente film, The Pyramid, rielabora in chiave horror la pesata egizia e immagina la scoperta di una piramide sconosciuta in cui Anubi, un mostro a testa di cane, esegue letteralmente ciò che è mostrato nel papiro di Hunefer: estrae cioè il cuore dei malcapitati ricercatori e lo pone sul piatto di una bilancia.)

L’idea, profondamente radicata nell’immaginario collettivo, viene trasmessa ad altre religioni, dallo zoroastrismo all’islam, e non le sfugge il cristianesimo. Nel sesto secolo avanti Cristo tra le parole del Libro di Giobbe troviamo: «mi pesi pure sulla bilancia della giustizia e Dio riconoscerà la mia integrità» (31,6). L’immagine di una divinità addetta alla pesata è troppo forte per non entrare nell’iconografia cristiana, così capita che l’Arcangelo Michele assuma le “funzioni” di Anubi, venendo ritratto con la bilancia in mano per pesare le anime. Lo si può trovare così in alcune rappresentazioni, da un affresco del Duecento (nella Chiesa medievale di Santa Maria ad Cryptas, a Fossa) a un dipinto del Cinquecento (firmato da Giulio Campi nel 1566 per il Duomo di Cremona): per almeno quattro secoli, dunque, in Europa si è a volte ritratto Michele in un atteggiamento che affonda le radici negli antichissimi culti egiziani.

AltareSanMicheleL’avvento del Cristianesimo però ha inserito nell’idea della pesata un elemento in più: ha trasformato cioè l’anima in cenere…

Malgrado sia stata codificata solo nel Settecento da Lavoisier, la legge che regola la conservazione della massa è materia molto antica. «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto scorre»: così recitava il celebre panta rei di Eraclito, a testimonianza che già secoli prima di Cristo era noto che la massa cambia forma senza né aumentare… né diminuire, con buona pace di MacDougall.

Nel secondo secolo dopo Cristo Luciano di Samosata, nella sua biografia del filosofo greco Demonatte, racconta un curioso aneddoto. Un giorno chiesero a Demonatte «quante mine di fumo si ottengono bruciando mille mine di legna?» e la risposta è istantanea: «pesa la cenere; quanto resta è fumo.» (Vita Demonactis, 39, 2-6.) Il filosofo greco ha semplicemente trovato il modo di pesare il fumo con una semplice operazione matematica, ma i latini contemporanei avevano tutt’altra concezione della cenere. Il poeta Giovenale, riflettendo sulla futilità della grandezza degli uomini, disse: «Expende Hannibalem, quot libras in duce summo invenies?» (Satire, X, 147-148) Se ponete sulla bilancia le ceneri di Annibale, quanto peseranno? Nulla, eppure è stato un sommo condottiero.

Checché ne dica Demonatte, dunque, la cenere non pesa nulla, e l’amara constatazione di Giovenale è testimoniata secoli prima da testi ebraici come il Libro di Isaia – «Ecco, le nazioni son come una goccia da un secchio, contano come il pulviscolo sulla bilancia; ecco, le isole pesano quanto un granello di polvere» (40,15) – o dal Libro dei Salmi: «sono un soffio i figli di Adamo, una menzogna tutti gli uomini, insieme, sulla bilancia, sono meno di un soffio» (62,10). Per quanto grandi siano le nazioni, non pesano più d’un granello di polvere; per quanto siano grandi gli uomini, siano essi Annibale o i figli di Adamo, la morte li rende cenere: una cenere che non pesa nulla. «Aequat omnes cinis» dice Seneca (Epist. CII) anticipando di parecchio la Livella di Totò: la cenere pareggia tutti, perché nella morte non esistono più differenze… e si pesa tutti uguali!

San Michele Arcangelo - Rogier Van Der Weyden Last Judgment (1450)Sposa in pieno questa tesi padre Giovanni Battista Manni della Compagnia di Gesù nel suo Quaresimale Primo (1681), nel capitolo intitolato “La Morte pesatrice delle grandezze terrene”: «O quanto è vero che su le bilance della morte, tu non pesi più che un vapore volante di fumo!»

Giovanni vuole dar forza alla propria tesi e si lancia in un racconto un po’ pencolante. Narra di un Filosofo greco il cui nome si fregia di non ricordare – malcelando un certo disprezzo per quella categoria di pensatori – che un giorno camminava con gli allievi ed essi gli chiesero d’un tratto quanto pesasse «una gran catasta di legna». È davvero una domanda curiosa da porre ad un uomo saggio: possibile che non avessero domande più importanti o “filosofiche”? Fatto sta che questo Filosofo senza nome ordinò che gli portassero un paio di bilance, e quando gli allievi fecero notare che servivano ben grandi bilance per tutta quella legna, il saggio uomo rispose che invece avrebbero dovuto esser piccole, perché per pesare quella gran catasta sarebbe bastata la mano di un fanciullo. Detto fatto, diede fuoco alla catasta di legna – fregandosene di eventuali proprietari – e rimase in silenzio finché l’ultima scintilla non si fu spenta: a quel punto pesò la cenere. E… non sappiamo mica che risultato ottenne!

Il buon padre Giovanni sta forse riciclando notizie di seconda o terza mano, non è escluso che stia riportando la storia del Demonatte di Luciano che ho già citato, ma di sicuro non ha ben chiaro la “morale” dell’aneddoto: anzi, Giovanni si dimostra totalmente disinteressato ai calcoli che il Filosofo dovette fare, perché interrompe la storia senza specificare il peso ottenuto dalla cenere. Il religioso ha usato questa storiella solo per rivolgersi agli «stolti ammiratori delle terrene grandezze», grandezze che se pesate per intere fanno «mostra bugiarda di peso immenso»: pesatele dopo che la morte ha ridotto tutto in cenere, e scoprirete che quelle ceneri pesano meno dell’aria. Insomma, usando un aneddoto che dimostra che le ceneri pesano, ha dimostrato che le ceneri non pesano

smoke-1995Malgrado venga storpiata in varie maniere, quest’idea di pesare qualcosa di intangibile sottraendolo per combustione all’oggetto originale attraversa i secoli, fino a stuzzicare la penna di Paul Auster: forse lo scrittore newyorkese è ignaro del pessimismo ebraico-latino (le ceneri non pesano) e dell’entusiasmo greco (le ceneri pesano), quando scrive la sceneggiatura per il film che l’ha lanciato (per poco) nel mondo cinematografico: Smoke (1995). Qui infatti il personaggio del romanziere Paul Benjamin (interpretato da William Hurt), appassionato di sigari, si presenta al pubblico raccontando di quando Sir Walter Raleigh scommise con la regina Elisabetta I di riuscire a pesare il fumo di un sigaro, impresa che sembrava ovviamente impossibile: «egli prese un sigaro intero – racconta il personaggio, – lo mise sulla bilancia e lo pesò. Poi lo accese e lo fumò, stando ben attento a far cadere la cenere sul piatto della bilancia. Quando finì, gettò il mozzicone sullo stesso piatto e pesò dunque ciò che rimaneva. Sottrasse così la cifra da quella del sigaro intero: la differenza era il peso del fumo.»

Quanto è vera questa storia? Davvero la Regina Elisabetta pagò questa scommessa a Raleigh? Curiosamente questa storiella ha avuto grande distribuzione in lingua inglese perché è raccontata in America First, antologia di aneddoti e curiosità stilate da Lawton B. Evans nel 1920: una raccolta di storielle senza alcun criterio e senza fonti, che non stupirebbe siano tutte nate dalla penna di Evans stesso. Purtroppo, essendo incerte e aleatorie, sono state tutte considerate storie verissime. (Non sfugga la data della raccolta: lo stesso anno della morte di Duncan MacDougall, quando probabilmente i necrologi avranno ricordato le sue “scoperte” intangibili mediante pesatura.)

Pesare il fumo è come pesare l’anima, ci spiega comunque Paul Auster, ma c’è chi non ha colto il sottile messaggio e ha preso sul serio l’idea, ripetendola con una sigaretta per calcolare la sua “anima”: mi riferisco a Michael J. McFadden, autore del saggio Dissecting Antismokers’ Brains (2004). Ha pesato una sigaretta intera, l’ha fumata e poi ha sottratto il peso del mozzicone e della cenere: il risultato è 7 grammi. Come mai l’anima umana pesa solo tre volte di più? Siamo molto più grandi di una sigaretta…

C’è però un particolare che sfugge sia a Luciano che a Sir Walter Raleigh, ma sono giustificati perché è un particolare ignoto ai loro tempi. (Meno giustificato è Paul Auster, che avrebbe dovuto saperlo ma in fondo stava raccontando un aneddoto “spirituale” riprendendolo da una leggenda popolare.) Se pesate le ceneri di qualsiasi cosa, quel che rimane non è solo il peso del fumo, perché il fuoco… non è gratis.
Affinché un qualsiasi materiale bruci c’è bisogno di qualcosa scoperto solo nel 1771, qualcosa che va considerato nella pesatura, e quel qualcosa è l’ossigeno.

Molte scoperte scientifiche sono state fatte “per sottrazione”: la somma o la sottrazione dei fenomeni non torna e quindi dev’esserci qualcosa. (Pianeti interi sono stati scoperti semplicemente perché “falsavano” i conti!) Nessuno aveva pensato che il peso del fumo fosse in realtà il peso dell’ossigeno che aveva alimentato il fuoco: quei 7 grammi calcolati da McFadden non sono l’“anima” della sigaretta bensì l’ossigeno che ha permesso la sua combustione.

Tutto si deve a un’intuizione che colpì il chimico inglese Joseph Priestley quando, nel 1774 (allo scuro degli esperimenti similari di altri studiosi europei), si accorse che dei topolini chiusi in una campana di vetro morivano prima di topolini che venissero rinchiusi con una piantina al loro fianco: era come se dalla piantina emanasse “qualcosa” che li faceva respirare più a lungo… Chiamò quel qualcosa dephlogisticated air, prima che per fortuna Lavoisier la ribattezzasse con un semplice oxygen.

Uccidere animali in modo crudele sembra una costante degli esperimenti, e non fece eccezione Erasistrato di Ceo, medico del terzo secolo avanti Cristo considerato uno dei fondatori della medicina scientifica ellenistica. Un papiro, cioè una sola fonte, ci racconta che Erasistrato chiuse in un recipiente un uccellino, lasciandolo morire di fame: confrontando il peso iniziale dell’animale, in vita, con quello del suo cadaverino comprensivo degli escrementi emessi in gabbia… Erasistrato si accorse che il peso non corrispondeva. L’uccellino, morendo, aveva perso peso, e la domanda consequenziale è dunque: come mai invece i cani di MacDougall sono morti mantenendo intatto il loro peso? Addirittura le sigarette perdono peso, cioè 7 grammi, perché i cani no?

Forse un corpo perde peso, subito dopo aver esalato l’ultimo respiro: in mancanza di esperimenti affidabili ognuno può dire la sua e pensare come meglio crede, sempre però tenendo conto che si tratta solo di chiacchiere senza fondamento.

Quello che è certo è che la cifra di 21 grammi è totalmente aleatoria – anzi, fumosa! – perché il suo stesso scopritore ha riportato sei cifre diverse negli unici sei esperimenti portati a termine: è solo un caso che l’immaginario collettivo abbia scelto 21 grammi e non un’altra cifra.

Perché i cani di MacDougall non hanno perso peso mentre l’uccellino di Erasistrato l’ha perso? Quest’ultimo aveva un’anima mentre i cani non ce l’hanno? Chiedetelo al padrone di un cane: non sarà per nulla d’accordo.

Che si tratti dunque della differenza tra l’ebraico Nephesh (corrispondente al greco psyche e al latino anima) che hanno anche gli animali e il Ruach (il greco pneuma e il latino spiritus) che ha solo l’uomo? Giovanni Paolo II nel 1990 citò il Salmo 104 per testimoniare la parità di tutte le creature di Dio – «[Se] togli loro il respiro, muoiono e ritornano nella loro polvere» (29) – senza rendersi conto che stava ricostituendo un’equazione antica: togli il respiro (ossigeno) dalla materia, pesane la polvere che ottieni ed avrai il peso di quella materia. Che sia stata viva o meno.

Pesare fisicamente e concretamente l’anima è forse il modo sbagliato per accostarsi a quella che dovrebbe essere la più “intangibile” delle nostre qualità. Pesare l’anima è una metafora, e splendidamente la gestisce Angelo Maria Gabriele Di Stefano: «Giunse alla fine il giorno della Redenzione: si mise il Figlio di Dio in una Croce, e questa appunto fu la vera, e fedel bilancia, che alzò la Divina Giustizia nel monte Calvario, e per mezzo di questa bilancia poté ciascuno conoscere quanto sia immenso il prezzo, ed il peso dell’Anima, che aveva perduta.» (da Guida dell’Anima cattolica, 1740)

In chiusura mi piace citare la messicana Ángeles Mastretta, che nel racconto Il peso dell’anima (“Puerto Libre”, 1993) dà tutt’altra misurazione: afferma che autorevoli maestri (non si sa chi) abbiano calcolato la riduzione di peso alla morte umana ed è di… 405 grammi!

Mezz’etto d’anima… che faccio, signora, lascio?