Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Dio dà, Dio toglie… ma ancora torna a dare!

Quante volte abbiamo ormeggiato la barca della nostra vita stanchi nel cuore, avviliti nella mente, lasciandola lì, in un porto di fortuna.
Ci sono momenti in cui l’uomo smette di sperare, e sono sempre lunghi momenti in cui la mente è svuotata, il cuore non ha più risorse, gli occhi sono perduti verso un confine invisibile perché sta nel dentro di sé. In realtà né l’occhio, né il cuore o la mente vedono più niente.

Il più delle volte è una persona, lo sguardo di un altro che ti riporta a galla. Dio ci viene incontro sempre attraverso un altro come noi, il mezzo è sempre un’altra creatura, l’essere più simile a sé che Dio si è compiaciuto di far venire alla luce.
Allora può accadere che nasca nel cuore il gesto semplice di togliere la barca dall’ormeggio, trovando, al di là della stanchezza, quel poco di forza bastevole a riprendere il largo, non affidandosi più alla mente, ma solo per ubbidienza ad un’altra ragione, perché ti nasce inspiegabilmente nel cuore la voglia di credere che non tutto è compiuto, che nel profondo inconoscibile mare della vita c’è un dinamico movimento di pesci che seguono rotte imprevedibili all’uomo.
Dio dà, Dio toglie… ma ancora torna a dare, in un modo che la sua creatura non comprende immediatamente, ma che va precisandosi pian piano in un disegno che non avremmo immaginato.
E’ questo il momento in cui la fede rialza la testa dell’uomo. Quando la perdita si manifesta interamente ed in modo irreversibile, quando la mente cede, tenere stretta nel cuore la certezza che già tutto sta cambiando ed una rete piena di nuova pesca sta ritornando su dall’abisso.

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di Alessio Patti scritto il 6 gennaio 2010

http://www.facebook.com/note.php?created&&suggest&note_id=230165851623

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Carissimo Alessio, mi è tornato in mente un “Mattutino” di mons. Gianfranco Ravasi che, a mio parere, sembra scritto a corredo di quanto esponi.

Nel giornale “Avvenire” del 29/12/2007 si legge:

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SESSANTA MINUTI

Il futuro è qualcosa che ciascuno raggiunge alla velocità di sessanta minuti all’ora, qualunque cosa faccia, chiunque sia. 
Un giorno sua moglie, Ombretta Colli, mi aveva invitato a incontrare Giorgio Gaber, ma il tempo passò e la morte, avvenuta nel 2003, mi impedì di parlare con questo cantautore milanese così originale. Ora un lettore mi invia una frase che non so se faccia parte di un recital di Gaber o di un’intervista. Mi sembra, comunque, adatta a questi ultimi giorni dell’anno, mentre stiamo già tendendo verso il nuovo, verso il futuro. 
In quelle parole c’è una verità indiscussa ma anche un dato imperfetto. La verità è che il fluire del tempo, edax rerum (*), «divoratore di ogni cosa», come diceva il poeta latino Ovidio, avanza inesorabile su tutto e su tutti. 
La sua scansione di secondi, minuti, ore, giorni, mesi, anni macina le realtà belle e quelle brutte, spande lacrime e le asciuga, ospita crimini e illumina gesti nobili e gloriosi. 
C’è, però, una riserva da fare. 
Se è vero che il tempo oggettivo non guarda in faccia a nessuno e tutto consuma come «un vorace cormorano», per usare una definizione di Shakespeare, è altrettanto vero che il tempo soggettivo è diverso per ciascuno di noi, anzi per ogni stato della nostra esistenza. 
Sessanta minuti di noia non sono uguali a un’ora trascorsa tra due innamorati. 
Il tempo può essere «ammazzato» perché non si ha voglia di fare nulla o perché si è disperati e in questi casi pare infinito; ma può essere anche colmato di opere, di creazioni, di pensieri, di ricerca. 
Il filosofo americano ottocentesco William James osservava giustamente che «l’uso migliore della vita è di spenderla per qualcosa di più duraturo della vita stessa». 
Solo così il tempo acquista una durata, un sapore e un colore diverso per ciascuno. 

G. Ravasi

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(*) La locuzione latina Tempus edax rerum, tradotta letteralmente, significa il tempo che tutto divora.
(Ovidio, Metamorfosi, XV, 234)

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